Andata e ritorno dal “perché”attraverso il “come”
Questo articolo è nato come breve e doveroso resoconto di un corso, ma si è trasformato, come mio solito, in una riflessione trasversale. Stavolta il nucleo è la natura del mio percorso lavorativo, un terreno più personale ed esistenziale di quanto sia abituale qui sul blog. È, prima di tutto, un omaggio alla dottoressa Riva: è stata la sua lezione a ispirarmi questa digressione. Col prossimo articolo torneremo al perimetro consueto.
Aggiornamento professionale e competenze trasversali
Nel mese di Maggio, noi titolari di Dentoni abbiamo seguito un corso di aggiornamento sulle competenze trasversali con la dottoressa Viviana Riva.
Viviana è un’ottima oratrice e una grande motivatrice. Con il suo aiuto, abbiamo affrontato concretamente temi come organizzazione e gestione del tempo, delega efficace delle mansioni e chiarezza nella comunicazione interpersonale.
Sono temi in gran parte trascurati dal tipico titolare di piccole e medie aziende, molto spesso a causa di un’errata percezione di mancanza di tempo da dedicarvi, in parte per mancanza di una visione di imprenditorialità scalabile, in parte per superficialità. Tutti crediamo, ad esempio, di “parlare italiano” e, pertanto, di esprimerci in maniera inequivocabile con chiunque, qualunque intento comunichiamo.
Per quanto sia abbastanza al passo con i tempi nell’organizzazione del tempo mediante to-do lists e calendari, mi metto in gioco in prima persona soprattutto sull’ultimo punto. Se è vero che amo scrivere, è altrettanto vero che scrivere è il processo attraverso il quale si comprende di non capire davvero ciò di cui si sta parlando. Scrivere costringe a pensare sul serio. Se uno scrittore non comprende davvero ciò di cui scrive, i suoi lettori non hanno quasi nessuna possibilità di comprenderlo a loro volta. Lo sforzo di scrivere bene è, prima di tutto, un esercizio di umiltà. E se scrivere risulta difficile, con tutto il tempo che si ha a disposizione per rivedere e correggere le minute, figuriamoci quanto sia difficile essere chiari nella comunicazione verbale di quanto desideriamo trasmettere ai nostri soci e collaboratori. Scrivere bene risulta difficile anche per me, per quanto lo possa amare, perché raffinare un pensiero costituito di immagini per comunicarlo chiaramente in parole è tutt’altro che banale.
Non ho molto da raccontare per interposta persona sui temi trattati da Viviana, non potrei renderle giustizia, ma posso senz’altro raccomandare una sua consulenza a chi desideri maturare le giuste consapevolezze per far crescere la propria azienda in maniera sostenibile.
“La stessa malattia”
Avevo conosciuto Viviana, assieme al mio socio e cugino Alex, ad un corso introduttivo sul tema della leadership sostenibile e delle competenze trasversali, tenutosi a Marzo e rivolto ai clienti di un nostro fornitore. Spesso, in tali circostanze, si incontrano persone che non subito valorizzano quanto discusso nel corso dell’evento. Una di queste aveva una chiara passione per il tennis, che si manifestava nel suo atteggiamento e sul suo cellulare nei minuti precedenti gli incontri. Sono rimasto colpito quando, prima dell’inizio di una delle lezioni, Viviana si è rivolta a quest’uomo parlando con perfetta naturalezza di Jannik Sinner.
In seguito al percorso tenuto privatamente da Dentoni, non ho potuto fare a meno di rammentarle l’episodio e di chiederle se davvero seguisse il tennis o se fosse stato un approccio intenzionale per creare rapporto con quella persona, in modo da coinvolgerla maggiormente nel percorso. La risposta di Viviana non mi ha deluso: ha giocato a tennis da ragazzina ed è ancora oggi affascinata dall’aspetto mentale del gioco, ma non è una fan sfegatata di nessun giocatore e ha senz’altro tirato fuori il tema di proposito, per conoscere qualcosa di più su quell’uomo, perché -mi ha spiegato- le persone raccontano sempre qualcosa in più di sé stesse e si sentono maggiormente viste, quando parlano di qualcosa che le appassiona davvero.
In realtà, è esattamente la ricerca che ho condotto anche io, per tanto tempo a fasi alterne, su questo blog e che ho recentemente spostato su The Roots of Necessity: scrivendo spontaneamente di ciò che mi appassiona davvero, non ho potuto fare a meno di rivelare qualcosa di più intimo su me stesso.
Tuttavia, il legame di questa esperienza formativa con il mio percorso ed interesse personale mi spinge a chiosare su questi temi ancora una volta. Per chi volesse saperne di più, il percorso sul mio Substack è appena iniziato. Avviso solo che non è un percorso con la stessa densità rarefatta di un blog di pasticceria, è adatto ai nuotatori delle lunghe distanze interiori.
Per tornare al filo principale di questo articolo, finita questa discussione, Viviana ha chiesto il perché della mia domanda, al che ho semplicemente risposto “Mi chiedo sempre il perché dei comportamenti delle persone, sono fatto così.” Lei ha risposto a sua volta con un’osservazione semplicissima, ma che mi ha fatto riflettere, portandomi a scrivere questo articolo: ”Abbiamo la stessa malattia!” Intendeva, naturalmente, la malattia del perché.
Quali “perché”?
Tutte le persone curiose hanno la loro malattia del perché. Differiscono rispetto alla direzione verso cui orientano la curiosità: la scienza, la letteratura, la tecnologia, la psicologia, Dio sa cosa…mi sono chiesto, ripensando alle parole di Viviana, di che specie davvero sia la mia malattia del perché.
Nella stanza di casa mia, in cui scrivo queste righe, c’è una grande libreria alle mie spalle. Ci guardo per cercare con gli occhi i testi che posseggo da quando ero adolescente: Spinoza, Kant, Platone, Kundera. Sono tutti accomunati, nei loro sforzi, dalla ricerca di un perché. Perché viviamo, perché amiamo e ci innamoriamo, cosa possiamo conoscere, quali motivi ci sono dietro le menzogne che ci raccontiamo più spesso?
Sono tutti temi che chiamerò, per essere breve, grandi perché. E li chiamo così per due motivi.
Per prima cosa, riguardano ogni essere umano che sappia porsi delle domande, per il solo fatto di essere vivo e di poter constatare di essere di passaggio su questo mondo.
In secondo luogo, se afferriamo anche solo un aspetto di questi problemi in modo nuovo, qualcosa dentro di noi cambia per sempre. Se comprendo, per esperienza, cosa sia l’amore di Dio inteso come l’amore dell’infinito (Spinoza), indipendentemente dalle singole cose o persone che popolano la mia vita ed esperienza, non posso più essere lo stesso uomo di prima.
Se comprendo la natura polarizzante dell’amore romantico, così come Diotima la illustra a Socrate nel mito di Eros narrato nel Simposio di Platone, non posso più guardare alle infatuazioni romantiche allo stesso modo. [1]
Non posso nascondere a me stesso che questi sono i problemi che davvero mi interessano, che davvero toccano una corda sensibile dentro di me, che mi attraggono senza nessuno sforzo da parte mia. Sono i perché di cui io sono ammalato e la psicologia ne fa parte, neanche troppo di striscio.
La coscienza dell’uomo è come una cipolla: uno strato di motivazione ne nasconde un altro più profondo e vicino al cuore. Senza pelare via le bugie di cui sono costituiti gli strati superficiali, non si scopre nulla su sé stessi. Le motivazioni dei bravi psicologi mi interessano perché posso coglierne qualche strumento per comprendere meglio me stesso e gli altri.
Per contrasto, mi permetto di chiamare piccoli perché quelli che vengono risolti dalla scienza che si occupa della materia. Piccoli non ha lo scopo di sminuire né la loro complessità, né tantomeno la loro importanza e profonda bellezza, ma quello di evidenziare come la loro comprensione e, semmai, anche la soluzione dei problemi scientifici, meravigliosi per quanto possano essere, non cambiano nulla nell’orientamento interiore dell’uomo verso la vita.
Capire i principi e le conseguenze delle leggi di Newton o della relatività non rende uno scienziato più saggio, lo rende solo più ricco di conoscenza.
Credo fosse questo che intendesse dire un grande maestro del ventesimo secolo, Moshe Feldenkrais, quando affermava che la scienza non si occupa del perché, ma del come. Ovviamente la scienza risponde, strettamente parlando, a dei perché: le orbite dei pianeti sono ellittiche perché sono governate dalle leggi di Newton. Ma lo slancio della fisica verso il perché si ferma alla formulazione matematica di una legge e alla verifica sperimentale della medesima. Non esiste uno slancio verso un perché ulteriore, né verso una causa finale né verso una causa formale.
Ho spesso meditato sulle parole di quest’uomo dalle intuizioni geniali sul movimento e sulla cura della postura, dopo aver praticato moltissimi dei suoi esercizi per migliorare il mio rapporto col mio corpo. Attraverso i suoi scritti, Feldenkrais sembra essere stato uno spirito abbastanza sereno da sentirsi a suo agio nell’esplorazione dei piccoli perché scientifici o, come lui li avrebbe definiti, dei come. Molti grandi scienziati sono perfettamente a loro agio, nel come.
Di seguito, chiamo i grandi perché semplicemente i perché, mentre chiamerò i piccoli perché i come.
Fisica e Management: come, come, ancora come
Può essere che sia perché ho appena finito di leggere il Purgatorio di Dante, la seconda
parte della Divina Commedia. Incentrata com’è sul tema della confessione e del
pentimento, la seconda cantica mi ha ispirato a guardare dentro al mio modo di vivere i
peccati capitali. Per motivi legati alla natura di questo spazio, non mi ci dilungo, perché
avrò molto di più da dire sul progetto che sto sviluppando sul mio Substack.
Tuttavia, vale la pena di fare una considerazione sul tema centrale del Purgatorio: la
confessione del peccato.
Se il peccato fondamentale dei dannati dell’Inferno è l’orgoglio, l’orgoglio che li ha rinchiusi per sempre nel loro ostinato rifiuto del bene e che li ha irrimediabilmente perduti, quello che ha salvato le anime che si purificano in Purgatorio è l’essersi pentiti per tempo dei propri peccati, l’avere riconosciuto in tempo che da soli, nella vita, proprio non riusciamo a salvarci.
Ho sempre davanti agli occhi la scena dell’angelo che ammonisce Dante sulla soglia della porta che fa accedere alla montagna:
Cenere, or terra che secca si cavi,
d’un color fora col suo vestimento;
e di sotto di quel trasse due chiavi.
L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
«Quandunque l’una d’este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa»
diss’elli a noi, «non si apre questa calla.
Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
perch’è quella che ‘l nodo digroppa.»
Canto IX (115-126)
Si tratta di un passaggio altamente simbolico: la chiave d’oro è la grazia, che l’uomo non può osare chiedere, ma deve essere concessa da Dio e, per questo, è più preziosa, è d’oro (più cara è l’una); ma la chiave d’argento viene per prima e vuol troppa d’arte e d’ingegno avanti che diserri, perché è essa che scioglie davvero il nodo. Ci vuole coraggio ad affrontare sé stessi e ad ammettere la propria impotenza e piccolezza.
Ed è questo che Dante deve fare sino all’ultimo canto del Purgatorio, quando finalmente si purifica, dopo avere ammesso in lacrime, davanti a Beatrice, tutta la profondità della sua colpa e tutta la meschinità della propria umana debolezza.
La riflessione di Dante mi colpisce sia per il suo riconoscimento del ruolo del destino sia per quello del compito fondamentale dell’uomo in questa vita: imparare a dire la verità!
Del ruolo del destino e dell’illusione della libertà ho già parlato altrove, nelle mie escursioni sul libero arbitrio e sulla natura del destino stesso.
Imparare a dire la verità è un’altra storia rispetto a riflettere sul destino, una storia ulteriore. Si può intraprendere indipendentemente dalle considerazioni teoriche sulla natura del fato. Ed è molto difficile imparare a non mentire a sé stessi, molto prima che agli altri. E non penso al non mentire meccanico della mancanza di pudore e di considerazione per le convenzioni, ma la verità che fa inevitabilmente male, perché ci rivela che non nasciamo padroni delle nostre scelte e che, per diventarlo, il prezzo da pagare è alto e doloroso. Si devono abbattere le illusioni di potenza dell’ego. Il che fa molto male.
E così, eccomi arrivato al nocciolo del tema di questo articolo. Perché ho trascorso oltre vent’anni a lavorare con il come, quando posso riconoscere chiaramente di essere attratto dai perché?
Sono diventato prima un fisico, ho iniziato a diciannove anni. Poi sono diventato manager dell’azienda di famiglia a trentatré; ed ora ne ho quaranta. Sono trascorsi, finora, ventun anni da quando i problemi filosofici e letterari non occupano più la maggior parte delle mie giornate, non professionalmente almeno. Sono sempre dentro di me, ma non li ho seguiti.
Ho imparato ad avere a che fare col mondo cosiddetto reale, prima mediante la scienza e poi mediante la gestione dei soldi e delle persone. Questi percorsi sono stati e ancora sono, per me, una sorta di università del mondo esteriore, in particolare l’azienda. Non posso dire che queste esperienze abbiano tirato fuori solo il meglio di me. Ci vogliono aggressività, a volte cinismo e freddezza per prendere delle decisioni importanti e difficili, soprattutto nel mondo aziendale. Talvolta serve un sano scatto di rabbia, peccato che non sia particolarmente bravo a gestire, date le mie tendenze caratteriali.
Sono state ambedue scelte che hanno reso orgogliosi o sereni i miei genitori, in particolare mio padre. E hanno reso me in grado di poter affermare che non sono affatto soltanto un filosofo imbranato, a disagio al di fuori del proprio studio, di muovermi con maggiore disinvoltura nel mondo, di essere a mio agio con le forze del denaro e della tecnologia digitale.
Al tempo stesso, mi chiedo quando arriverà il momento in cui il prezzo pagato in anni a queste scelte sarà adeguato e, senza un cambiamento, inizierà a divenire eccessivo.
Ad ogni capello bianco che vedo sulla mia testa, sento il richiamo dei desideri del ragazzo che dentro di me non è morto, ma si è solo messo in disparte per anni. È rimasto con me e ha le stesse domande che ricordo da sempre. Il ragazzo che, sia pure durante questi ventun anni di come, si è permesso di ossessionarsi ai Fratelli Karamazov e al Maestro e Margherita, che ama da vent’anni L’insostenibile Leggerezza dell’Essere e che desidera ancora raggiungere l’amore del Dio infinito di Spinoza.
Non posso dire altro, in questo spazio, ma le mie umane debolezze vanno ben oltre l’aver scelto un percorso almeno apparentemente non allineato con le mie tendenze più profonde. Ma non ho più voglia di dismettere velocemente l’argomento raccontandomi che sono diventato più completo, che sono maturato grazie alla vita aziendale…tutto vero, ma non si può scappare per sempre da ciò che si è.
Perciò confesso di non sapere più bene chi sono, perché mi sento sempre di più qualcosa al di là i ruoli che mi appartengono. Non si tratta di rinnegare tutto ciò che ho imparato dal ricoprirli, insegnamenti per cui resto profondamente grato al destino. Ma non fanno per me.
Addestrato da adolescenza e giovinezza al rapporto col pubblico qui da Dentoni, ero un pesce abbastanza fuor d’acqua in qualunque facoltà di fisica, per quanto il mio libretto universitario raccontasse l’opposto; e sono ancora oggi un pesce fuor d’acqua nella vita d’impresa, per quanto le scelte compiute finora abbiano apportato solo grandi benefici alla mia azienda, con inevitabili piccoli errori.
Non ci si può illudere di essere destinati ad un ruolo solo perché lo si ricopre bene secondo il giudizio del mondo.
Le risposte sono dentro, non fuori.
Né tantomeno sento alcuna voglia di identificarmi con i panni di un qualsiasi altro ruolo dovessi rivestire, dopo essermi sentito non a mio agio in così tante vesti.
Non voglio più credere alle mie identificazioni, il dottor Serino o l’amministratore di Dentoni non mi bastano.
Forse, mi basta trovare il modo di seguire la mia malattia del perché.
Mirko Serino
Post Scriptum
Chi volesse seguire più da vicino il percorso di esplorazione che qui ho solo accennato, sia per motivi di spazio che di opportunità, è online, in inglese, The Roots of Necessity. Per chi non leggesse la lingua inglese, Substack offre la possibilità di impostare la traduzione automatica in molte lingue, fra cui l’italiano.
Questo articolo è dedicato a due donne straordinarie.
Alla dottoressa Viviana Riva, per la sua capacità di ispirare chi la ascolta.
E a mia moglie, Cerasela Maria Fasui, per la sua capacità di sopportare i miei difetti e di restituirmi quotidianamente un’immagine onesta delle mie meschinità con immenso amore, ben più di quanto io possa aver mai meritato.
- Forse nessuno ha descritto meglio di Platone, prima del ventesimo secolo e di Carl Jung, la natura proiettiva dell’innamoramento.↩︎





