Con un articolo precedente, prendendo spunto dai miei 40 anni, che compio oggi, ho avviato una serie di post dal tono piuttosto esistenziale in cui desidero meditare, vista l’occasione, sul tema del destino e del significato ultimo della vita umana. Ho chiuso quell’articolo limitandomi volutamente a saltare la discussione del perché un uomo e non un altro debba sviluppare determinati temi di vita, perché mi avrebbe condotto troppo lontano dalla sostanza di quell’articolo.
Per introdurre il tema del perché dell’unicità del destino di ciascun uomo, non ho intenzione di lanciarmi alla cieca in speculazioni sulla reincarnazione, di cui non so essenzialmente nulla di pratico. Questa, teoricamente, è la spiegazione logica, forse anche quella sostanzialmente reale: ognuno vive, in un’esistenza, un destino che occorre ad apprendere alcune lezioni di vita. Se lo fa bene, nell’esistenza successiva dovrà apprenderne altre. In questo ciclo di morte e rinascita non esiste niente di simile all’ingiustizia, semplicemente ci sono lezioni apprese in momenti differenti da ciascun essere umano. Da millenni, culture come quella indiana propongono questa visione del destino dell’uomo e la conoscenza della reincarnazione era ugualmente presente in occidente e lo è ancora al di là della dottrina della chiesa cattolica: Platone e Goethe ne sono solo due illustri esempi.
Dato che, personalmente, non ricordo nulla di davvero coerente delle mie eventuali vite pregresse e che non desidero necessariamente parlare per un lettore che abbracci la visione della vita basata sulla reincarnazione, formulerò volutamente la domanda in prospettiva immanente alla vita presente, in un modo che senz’altro è un’espressione comune a tutti noi, me incluso: perché proprio a me?
Prenderò spunto da uno dei capolavori della letteratura ebraica e occidentale di ogni tempo: il libro di Giobbe.
Giobbe: perché proprio a me?
Non ho mai conosciuto nessuno che, in almeno qualche circostanza, non abbia pronunciato una versione di queste parole, me per primo. A tal proposito, un paio di mesi fa, ho letto per la prima volta il libro di Giobbe, prendendo una pausa dal Purgatorio di Dante. Non c’è età migliore di questa per avvicinarsi per la prima volta a questi testi senza una brava guida. Si deve aver vissuto un po’ per capire dei contenuti densi di destino umano, un ventenne spensierato non può cogliere quello che coglie un quarantenne che ha subito almeno qualcosa dall’esistenza. Allo stesso tempo, è bene sapere di assimilare questa saggezza quando si ha ancora del margine per usarla al meglio nel resto della propria vita.
La storia di Giobbe, alla cui poesia non posso fare giustizia, è in sé abbastanza semplice: quest’uomo pio e devoto vive in Israele ed è benedetto da salute, numerosi figli e grandi ricchezze. Satana sfida Dio, che ama il suo servo Giobbe e lo addita ad esempio, a provare la fedeltà di quest’uomo privandolo dei beni che possiede. Giobbe non si rivolta contro Dio nemmeno dopo aver perduto le proprie ricchezze e aver visto i suoi figli morire, né quando, ulteriormente provocato da Satana, Dio gli consente ulteriormente di privare Giobbe anche della salute, cosa che Satana compie colpendolo con un’ulcera che gli danneggia la pelle dalla testa ai piedi. Anche se colpito nei beni materiali, negli affetti e nel corpo, e provocato da sua moglie, che lo incita a maledire Dio, Giobbe si rifiuta caparbiamente, da uomo pio: “Parli come un’insensata. Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare anche il male?”.
Segue un lunghissimo botta e risposta con tre amici che, saputo della sua sventura e partendo di proposito dai rispettivi paesi, giungono da Giobbe per dibattere con lui della sua sorte, lanciandosi in una lunghissima serie di razionalizzazioni della sua sventura, con l’idea iniziale di consolarlo. Giobbe risponde a drammaticamente a ciascuno di essi, con parole di pura poesia che echeggiano, in certi tratti, la drammaticità dell’Edipo Re di Sofocle:
“Perché dare la vita ad un infelice e la vita agli amareggiati nell’animo
a coloro che attendono la morte che non viene e si affannano a ricercarla più di un tesoro,
che godono andando verso il tumulo, ed esultano perché trovano una tomba;
a un uomo il cui cammino è nascosto, e che Dio da ogni parte ha sbarrato?”
(Giobbe 3, 20-23)
Il dibattito va avanti per un po’, interviene anche un quarto sapiente, ma alla fine Dio stesso si mostra al gruppo. Lungi dal giustificare il suo operato e -punto cruciale- senza menzionare minimamente il ruolo di Satana, Dio rimprovera Giobbe per l’insensatezza delle sue critiche e del suo supposto senso della giustizia, sulla base del quale osa contestargli il suo operato. Segue un elenco di motivi per cui il creato, la complessità delle sue leggi e la meraviglia delle opere di Dio sfuggono ampiamente alla comprensione umana, che non può arrogarsi il diritto di giudicarle.
Giobbe risponde a Dio due volte, facendo due volte professione di umiltà
“Ecco, sono ben piccino, che cosa posso replicare? Mi porto la mano alla bocca.
Ho parlato una volta, non insisterò; una seconda volta, non aggiungerò nulla”
(Giobbe, 40, 4-5)
“Riconosco che puoi tutto, e nessun progetto ti è impossibile.
Chi è colui che denigra la provvidenza senza nulla sapere?
E’ vero, senza nulla sapere, ho detto cose troppo superiori a me, che io non comprendo.
Ascoltami, di grazia, e lasciami parlare, io ti interrogherò e tu mi istruirai.
Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno visto.
Perciò mi ricredo e mi pento sulla polvere e sulla cenere”
(Giobbe, 42, 1-6)
Gli amici saccenti di Giobbe vengono redarguiti e puniti da Dio per non aver dimostrato la medesima modestia. Giobbe, invece, ne viene ricompensato per la sua umiltà e, dapprima, riceve in cambio il doppio di quanto aveva perso, incontrando infine la morte vecchio e sazio di vita.
Una visione di Giobbe
Ho enorme rispetto per le persone che soffrono a causa di un destino difficile. Le sofferenze della mia vita impallidiscono di fronte a chi perde un figlio o a chi vede una persona amata, peggio ancora se giovane, morire di incidente o a causa di una grave malattia.
Quello che propongo qui è una riflessione sul senso di questo grande ritratto della sofferenza umana, apparentemente senza significato, perché ritengo che l’antica sapienza ebraica, se riesco a non fraintenderne le scelte narrative e stilistiche, possa insegnare moltissimo all’uomo moderno, che del destino non sa più nulla.
Io ho frequentato il liceo classico e a scuola non ho studiato la sapienza ebraica, ma quella greco-latina, quella degli dèi apparentemente capricciosi e volubili che scagliano sugli uomini le più immani tragedie, sottomessi a loro volta alla sola forza suprema del Fato. E’ la sapienza che studia la psicologia umana del profondo attraverso il mito, la sapienza che ha scoperto millenni fa gli archetipi dell’inconscio collettivo riscoperti da Carl Jung: Mercurio/Hermes, Afrodite/Venere, Ares/Marte, Zeus/Giove, Crono/Saturno… Una sapienza in cui non c’è un solo Dio antropomorfo in controllo di tutto, ma una forza impersonale che impartisce a ciascuno una sorte a cui non ci si può sottrarre, senza che esista un motivo spiegabile con i canoni tutti umani di giustizia e ingiustizia.
Poi sono anche cresciuto come cristiano e avevo, fino a poco fa, letto per intero solo il Nuovo Testamento, oltre alla Genesi e all’Esodo, convincendomi che il Dio di cui parla Cristo sia -bene o male- lo stesso in tutta la Bibbia, magari un semplice “aggiornamento” di quello più severo e vendicativo del Vecchio Testamento.
Ma non è quello che emerge da Giobbe, in cui la prima cosa che noto è che un Dio che addita il suo amato servo come esempio di virtù e pietà non si fa problemi, davanti alla sofferenza causatagli col suo personale consenso da Satana, a redarguire Giobbe per essersi permesso di mettere in dubbio il senso del suo operato. Non si preoccupa di trovare una giustificazione logica o plausibile del corso degli eventi, non propone alcun fine escatologico della propria permissività verso il male, ma invita Giobbe a sottomettersi alla sua onnipotenza e a riconoscere la piccolezza del suo intendimento di fronte alla sua maestosità. Se una persona volesse trovare un senso alla sofferenza di Giobbe, farebbe molta fatica a individuarlo al di là della prescrizione di sottomettersi con umiltà al destino.
Né certamente è di aiuto l’intellettualismo, rappresentato dai tre amici di Giobbe, Elifaz, Bildad e Zofar, che fanno tanta strada per venire a proporgli delle prediche dapprima consolatorie, poi profondamente critiche, solo per finire rimproverati aspramente da Dio in persona in chiusura.
Mi fermo qui, notando i messaggi di inutilità dell’intellettualismo e di vanità della speranza in un senso ultimo della sofferenza, perlomeno se comprensibile mediante la mente umana. E constato che la sapienza ebraica del libro di Giobbe, a cui non fa da contrappunto alcuna opera più ottimista in tutta la letteratura sapienziale della Bibbia, somiglia molto di più di quanto si possa pensare, nella visione che restituisce dell’ordine del cosmo e del ruolo dell’uomo in esso, a quella della Grecia antica:
il destino non ha un senso, il destino è il senso.
La fine della storia, con Giobbe che viene ampiamente ripagato delle sue sofferenze dopo la sua professione di umiltà, troppo evidentemente non rispecchia quanto osserviamo nella vita quotidiana e non insulterò l’intelligenza dello sconosciuto autore né di chi si dia la pena di leggere queste righe, osservando semplicemente che si tratta di un artificio letterario per contrastare la correttezza dell’atteggiamento di umiltà di Giobbe con la vanità delle pretese razionalistiche dei suoi tre amici.
Resta da chiedermi se l’uomo, abbandonato il desiderio di comprendere il senso ultimo dell’operato dell’universo, possa trovare un barlume di senso nel rapporto interiore, emotivo, con il proprio destino.
Tutto quanto ho vissuto finora nella mia vita mi ha convinto che se ne dia il caso.
Destino e identità
Anni fa, ho letto in qualche libro che non ricordo più una storia più prosaica della vicenda di Giobbe ma non meno significativa, che ho imparato ad amare moltissimo. Va più o meno così.
Una schiera di uomini si reca da un vecchio saggio. Ciascuno porta in spalla i propri guai in un sacco e se ne lamenta, perché vorrebbe non avere quei problemi e sostiene che ne preferirebbe altri. Il vecchio saggio invita allora gli uomini a deporre i propri sacchi contro un muro e a disporsi in riga davanti al muro. Fatto ciò, invita gli uomini a raccogliere, se lo desiderano, il sacco di qualcun altro. Segue un lungo silenzio fatto di esitazione, finché, a poco a poco, ciascun uomo si dirige verso il muro e raccoglie esattamente il sacco che aveva deposto e ciascuno va per la propria strada.
Questa storia contiene una verità essenziale sullo strato più profondo dell’identità umana. Piaccia o meno, l’uomo si lamenta del proprio destino a livello delle proprie esternazioni sociali. Lo abbiamo fatto e lo facciamo tutti. A livello inconscio, tuttavia, non può accettare di scambiare la propria sofferenza con quella di un altro essere umano, perché non può vivere senza il senso profondo della propria identità più di quanto possa essere davvero sradicato dall’impronta culturale della propria terra di origine.
E l’uomo non può, anche se lo volesse, scegliere l’impronta della propria identità. E’ così evidente…non sceglie il proprio aspetto fisico, non sceglie il luogo, la famiglia e la cultura in cui nasce e non sceglie l’educazione che riceve né tantomeno i guai della propria famiglia. Quando inizia a capire le storie che si raccontano sul libero arbitrio, è un essere che ha vissuto sulla Terra diversi anni, in cui gran parte dei condizionamenti che si porterà dietro nel resto della sua esistenza sono già compiuti e agiscono pienamente.
A tal proposito, ho conosciuto principalmente solo due tipi di persone, distinte sulla base delle reazioni della personalità alle proprie radici: chi tende ad amare incondizionatamente la propria cultura e chi tende piuttosto ad accentuare e ad alimentare l’odio per gli aspetti peggiori, con i quali non riesce a riconciliarsi. La mia personalità appartiene senz’altro alla seconda categoria. A parte la bellezza della terra e l’ospitalità della gente, non amo molte cose delle mie radici salentine. La mancanza di puntualità delle persone, la chiusura mentale della maggioranza di loro ai punti di sulla vita provenienti dal mondo esterno (il Salento è geograficamente una penisola, ma la posizione geografica e la mancanza di trasporti moderni degni di questo nome lo rendono culturalmente un’isola), la tendenza a vivere alla giornata. Le mie esperienze all’estero hanno solo accentuato questa mia tendenza. Solo negli ultimi tempi, meditando sui difetti delle altre culture e sulla non minore meccanicità dei condizionamenti di chi vi appartiene, ho imparato ad accettare -a poco a poco- la mia situazione con un sorriso.
Citando i posti in cui ho vissuto per più di un mese, non credo che, se fossi americano, sopporterei la loro tendenza a rendere tutto uno spettacolo superficiale, né accetterei le continue lamentele sulla vita di eventuali concittadini polacchi o il disprezzo di connazionali francesi verso chiunque non parli bene a loro lingua. Per non parlare della perenne diffidenza degli israeliani verso i non ebrei. La verità è che nessuno sceglie la propria gabbia culturale e che l’uomo che desidera uscire dalla propria ne odia le sbarre perché sono le uniche che debba spezzare. Vale anche qui una declinazione del “principio di Anna Karenina”.
Tutti gli uomini che si desiderano liberi si somigliano, ogni uomo contento di essere schiavo lo è a modo suo.
Chiunque desideri diventare sé stesso deve trovarsi al di là dei condizionamenti con cui è stato improntato, ma la soluzione non è mai quella di scegliersene degli altri.1
Allo stesso modo, chiunque desideri trovare sé stesso deve sciogliere il destino che gli è toccato in sorte, non andare a prendere in prestito quello di un altro.
Qui viene il punto finale e cruciale: anche ammesso che accetti che la mia identità è legata a a doppio filo al mio destino, come può ciò aiutarmi a sopportare meglio le avversità che il destino mi lancia contro?
Destino e sofferenza: un’umile ipotesi
Ho aperto l’articolo sostenendo di voler parlare della sofferenza umana senza divagare a vuoto in teorie non verificabili sulla reincarnazione, ho commentato il libro di Giobbe e ho parlato dei condizionamenti familiari e culturali a cui siamo soggetti e da cui non possiamo liberarci assumendone altri. Uno è un esempio di sofferenza assolutamente estrema, ma è letterario; l’altro un modo apparentemente edulcorato di parlare dell’ineluttabilità del destino, anche se in un ambito generalmente percepito come più inoffensivo rispetto a cancro, SLA, infarti, incidenti mortali e omicidi violenti.
Un articolo sul destino non potrebbe mai pretendere di rendere giustizia al dolore di un genitore che perde un figlio per incidente o malattia, oppure di un uomo o una donna che perdono il partner per un cancro, o di un essere umano che sviluppi la cecità, a meno che non sia scritto da un folle! Il punto non è il voler fornire una sorta di arrogante medicina passepartout per il dolore, sulla falsariga dal tono di accetta il destino senza troppi drammi e basta!
Tuttavia, desidero suggerire un collegamento fra atteggiamento emotivo, condizionamenti familiari e destino, sperando di continuare così a tessere la trama che, a partire dall’articolo sul libero arbitrio disponibile su questo blog, sta progressivamente definendo il mio pensiero sul tema di necessità e libertà nell’esistenza umana.
Nell’articolo citato mi limito banalmente a notare come l’uomo, anche se dice di volere qualcosa, in realtà non è padrone di ciò che desidera, perché non controlla le proprie emozioni e, quindi, i propri desidei. Ciò che considera sua volontà è, il più delle volte, un desiderio non riconosciuto o non compreso. Continuo argomentando che, dato che sarebbe follia pensare di liberarsi dai desideri, il più a cui possiamo aspirare è di selezionare i desideri, individuando e indebolendo, tramite un paziente e lunghissimo lavoro, quelli che ci impediscono di vivere al meglio delle nostre potenzialità. Non divago oltre.
Qui arriva il legame che suggerisco di considerare fra destino ed emozioni. Nel 2018, con mio padre già malato terminale di cancro alla vescica, mi offrii di tradurre un libro già allora sconvolgente per la nostra cultura medica, che avevo letto in inglese e trovavo ingiusto non fosse disponibile in italiano: Quando il Corpo Dice No, di Gabor Maté. Spiegata in un solo paragrafo, la tesi sviluppata nel libro, poi edito in Italia dal Leone Verde, è la seguente.
I condizionamenti che riceviamo durante l’infanzia da chi ci cresce incoraggiano o meno uno sviluppo emotivo sano, privo ovvero pieno di dubbi sulla percezione del proprio valore indipendentemente dal giudizio degli altri. L’ingrediente fondamentale, nella maggioranza dei casi, è la percezione dell’amore incondizionato da parte dei genitori, soprattutto della madre: se tale segnale è ripetuto costantemente in modo forte e chiaro dall’infante, il bambino diventerà probabilmente un adulto emotivamente resiliente; se il segnale dell’amore è disturbato o debole, l’adulto non solo non sarà emotivamente resiliente, ma gli atteggiamenti di compensazione che svilupperà gli parranno normali e non si porrà mai il problema di metterli in discussione. Da qui si spiegherebbe, secondo Maté, come mai tante persone che noi giudichiamo “di buon cuore” e apparentemente così “disponibili”, “amorevoli” e “gentili” -perlomeno secondo i nostri canoni sociali- si ammalino così spesso di malattie croniche: l’atteggiamento emotivo, soprattutto la tendenza ad accumulare stress non esternato, generano continui scompensi ormonali e neurofisiologici che, alla lunga, mettono a dura prova il sistema immunitario. Quando questo non riesce più a tenere il passo, subentra la malattia cronica.
In questa sede non posso sviluppare ulteriormente la tesi di Maté, ma il suo allineamento con l’idea che sviluppo in quell’articolo mi pare sorprendente. Lì sviluppo l’idea della natura negativa della volontà libera. Banalmente ciò significa che meno si è schiavi dei propri desideri, più si è liberi. Le persone identificate da Maté come i candidati migliori per le malattie croniche si possono benissimo descrivere come ossessionati dal desiderio di compiacere gli altri al fine di riceverne l’ammirazione e l’approvazione, che fungano da sostituto -o perlomeno da surrogato- di ciò che è mancato loro da bambini.2
Quale desiderio può rappresentare una schiavitù peggiore di questa, che ci costringe a non vedere mai cosa vogliamo davvero per noi stessi, indipendentemente dagli altri?
In quell’articolo mi soffermo anche sulla pratica della meditazione e su come possa aiutare l’essere umano a percepire più chiaramente i propri desideri e a privarli di forza. Mi sento in dovere di precisare che, per quanto questo vada benissimo per i desideri più superficiali, quelli che hanno la propria origine in traumi emotivi profondi necessitano di ben altra mannaia che una pratica meditativa fai da te per essere sradicati. Qui parlo per esperienza personale. Con ciò non intendo che debba essere usata la violenza o, peggio, altri traumi, in un gioco di chiodo scaccia chiodo, ma occorre un terapeuta esperto e soprattutto onesto ed umile, indipendentemente dal suo metodo di lavoro.
Sto quindi suggerendo che il destino, o perlomeno il suo lato peggiore, si manifesti spesso e volentieri tramite tragedie che scavano un tunnel molto a lungo, prima di venire alla luce, e che il luogo e la famiglia in cui nasciamo giochino un ruolo fondamentale nell’improntare la traiettoria della nostra vita, in modi che la scienza sta iniziando a comprendere solo di recente, ma che -forse- determinate correnti delle discipline antiche conoscono da secoli e, forse, millenni. Forse, e dico forse, talora il cancro è solo una declinazione moderna della sorte di Edipo, che uccide il padre, della follia lucida di Amleto o di quella delirante di Ivan Karamazov? Si chiama diversamente, ma è pur sempre un destino tragico.
Con questo chiudo, per ora, sulla questione del destino che si realizza tramite le malattie croniche.
La necessità logica della reincarnazione
Devo perlomeno accennare a questa tradizione che appartiene ad alcune delle culture umane più antiche, per mostrare come risolverebbe le contraddizioni da cui che questa visione che ho proposto finora, se esaminata coerentemente fino all’estremo, è certamente affetta.
Quello che ho esposto in precedenza è, perlomeno ai miei occhi, plausibile, ma è comunque difficile accettare, se ammettiamo di ammettere una sola volta, che una persona si ritrovi ai nastri di partenza con condizioni iniziali molto più favorevoli di un’altra senza motivo apparente.
Tuttavia, se ad uno spirito abbastanza marziale e stoico ciò potrebbe sembrare quantomeno vagamente plausibile, non c’è giustificazione che tenga quando si parla di bambini morti precocemente o afflitti da malattie gravi in tenerissima età, solo per fare un esempio. Davanti a queste tragedie, non c’è via di uscita logica se non quella di concedere, almeno a livello di ipotesi, che la radice di queste tragedie risalga a prima del concepimento.
Anche un approccio moderatamente razionalista non può nulla davanti alla domanda “perché proprio a me?”, se non estendendo i limiti dell’esistenza umana oltre l’inizio e la fine di una sola vita terrena, quando questa domnda proviene da una sofferenza troppo grande da immaginare.
Anche senza scomodare i bambini che muoiono prematuramente di cancro: perché i ciechi, gli storpi, i paralitici dalla nascita? Nella cultura indiana, ad esempio, in cui la reincarnazione non è un’ipotesi ma è accettata da secoli come verità assodata, queste vicende sono inscritte dalla coscienza collettiva in un ciclo di viaggi su questa terra, in cui quello di cui siamo normalmente coscienti è solo uno di essi, in cui dobbiamo imparare determinate lezioni o scontare quello che si chiama un karma accumulato in precedenza.
Mi riservo di discutere la plausibilità delle testimonianze su queste esperienze altrove, ma noto di passaggio che anche nella cultura occidentale queste ipotesi sono considerate con sempre maggiore serietà come testimonia un bellissimo film di 12 anni fa, I Origins.
Dato che credo nell’esistenza di un’unica verità, sono altresì convinto che la scienza e la sapienza antica finiranno per riconciliarsi e per trovarla, nonostante le differenze apparentemente non conciliabili al momento, a causa soprattuto di posture ideologiche incompatibili. Spero, con questi articoli e con quelli futuri, di contribuire alla curiosità di qualche lettore per questo viaggio che ancora attende lo spirito umano.
Mirko Serino
- Non è questo il posto per discuterne, ma questo senso dell’appartenenza alle proprie radici e della completa riconciliazione con esse quale fondamento ultimo della vita umana sana è alla base del metodo terapeutico delle costellazioni familiari, perfezionato e popolarizzato in occidente da Bert Hellinger. ↩︎
- In un altro lavoro di Maté, Nel Regno degli Spiriti Famelici, una tesi analoga è sviluppata per i tossicodipendenti. ↩︎





