“Ho avuto in cura molte centinaia di pazienti. Tra quelli nella seconda fase della vita – ovvero, oltre i 35 anni – non ce n’è stato nemmeno uno il cui problema non consistesse, in ultima istanza, nella ricerca di un significato religioso della vita. E’ corretto affermare che ciascuno di loro si fosse ammalato perché aveva perduto ciò che tutte le religioni viventi in ogni epoca hanno fornito ai loro, e nessuno, fra coloro che sono guariti, ci è riuscito senza riguadagnare la sua prospettiva religiosa.”
Carl Gustav Jung
Esattamente fra quindici giorni compirò 40 anni. Ho quindi deciso di inserire, nella serie di articoli che pubblicherò quest’anno su questo blog, una manciata di pezzi che hanno a che fare con delle domande che un uomo dovrebbe porsi -o preferibilmente essersi già posto- arrivato a questa età.
Credo di essermi posto la domanda che fa da titolo a questo articolo per tutta la vita. Per un motivo che è al di là (o al di qua?) delle parole, non riesco a concepire che un universo così meravigliosamente governato da leggi fisiche di incredibile bellezza sia governato dal puro caso per quel che concerne le vicende dell’animo umano.
In un articolo precedente, che ho intitolato Sul Libero Arbitrio, mi sono posto il problema dell’esistenza della libertà umana. Una delle chiavi di ciò che ho tentato di esprimere a Gennaio dell’anno scorso è che l’uomo spesso dichiari di desiderare la libertà, ma non si chiede mai da cosa dovrebbe essere libero e a che scopo, per cosa.
Per poco che un uomo si osservi, è costretto immediatamente ad ammettere che ciò che chiama essere libero consiste nel fare quello che desidera; e, per poco altro che si sforzi di osservarsi, è altresì costretto a concludere che i suoi desideri non sono decisioni. Un uomo non controlla quello che desidera, nel bene e nel male. Il massimo a cui possa aspirare è di inibire alcuni desideri a favore di altri. Le decisioni (dal latino de-cidere, ossia rimuovere da) consistono proprio nella progressiva rimozione delle varie opzioni possibili per giungere ad uno scopo.
In altre parole, l’uomo sostiene di “voler essere libero dall’obbligo di dedicarsi a X per essere libero di fare Y.” Il punto è che Y è, a sua volta, un oggetto di desiderio, il che significa che è un agente che agisce sulla mente umana in modo non tanto diverso dai doveri imposto dalla società o dai condizionamenti emotivi che l’uomo si porta dietro (che sarebbero X).
Pertanto, chi volesse analizzare il problema della libertà e del destino è costretto a confrontarsi con questo duplice problema: a quanta libertà posso sperare e da dove proviene ciò che desidero più profondamente?
La mia risposta sulla libertà, sia pure formulata diversamente, è stata data nell’articolo di cui ho lasciato sopra il link ed è: posso sperare di mettere ordine nei miei desideri, così da perseguire i migliori per raggiungere la mia pace interiore, ma non posso aspirare ad agire senza desiderio; il desiderio è l’essenza della vita, il motore di qualunque azione umana. In quanto tale, si può disciplinare, ma non eliminare.
L’altra domanda è: perché desidero alcune cose e non altre? E’ sotto la luce con cui il problema del destino viene illuminato da questa domanda che vorrei parlarne, senza fatalismo.
Partirei da un fatto: l’uomo tenta istintivamente di controllare la sua vita e di indirizzarla nel senso che giudica migliore per sé. Il modo in cui persegue questo scopo è utilizzando le informazioni, la conoscenza a sua disposizione sul mondo e decidendo come comportarsi sulla base dell’interazione fra le sue conoscenze e le sue preferenze.
Per chi è introspettivo o per chi, pur senza esserlo, si interessa ad esempio di mercati finanziari o di previsioni meteo, è evidente come nella vita reale, per quanta informazione si possa avere a disposizione, le previsioni del comportamento della natura come delle masse umane non sono affatto facili, nemmeno con gli apparati matematici e più sofisticati, elaborati dai migliori computer a disposizione dell’umanità. Tanto più, quindi, dovrebbe essere evidente che le decisioni che prendiamo individualmente non avranno quasi mai gli effetti inizialmente sperati, ma implicheranno conseguenze o interverranno imprevisti che ci cotringeranno ad adattarci in corsa.
La domanda con cui si inserisce il problema di questo articolo è: ciò che non riusciamo a controllare è puramente casuale o segue una logica determinata, un tema scritto da forze di cui, pur non essendoci manifeste nel mondo fisico, non possiamo escludere l’esistenza?
Invece che annoiare chi si darà la pena di leggere con ipotesi filosofiche, racconterò due aneddoti.
Incidenti e Malattie
Una delle persone più schive e riservate che abbia mai conosciuto è l’oculista che ha trattato chirurgicamente la mia cataratta. Per ovvie ragioni, resterà anonimo. Durante l’ultima visita di controllo, che effettuo all’incirca ogni due anni, in una delle progressive manifestazioni di socievolezza che ho notato emergere in lui nel corso di quasi due decenni, mi ha chiesto di mio padre, che nel frattempo era morto. Chi lo conosceva, sapeva quanto mio padre sapesse essere naturalmente empatico con tutte le persone con cui entrasse in contatto. Non sono stato sorpreso, perciò, nel sentirgli dire con un velo di commozione quanto si fosse affezionato al volto di questa persona buona ed evidentemente carismatica. Per essere altrettanto cortese, gli ho chiesto di rimando dei suoi genitori, al che ho ascoltato la seguente storia sul suo papà di cui non ricordo le parole esatte, ma ricordo benissimo l’essenza degli eventi descritti. Suo padre era un pilota di aerei militari durante la seconda guerra mondiale, che restò coinvolto in un incidente finto in un incendio, dal quale fu sfigurato. Salvo per miracolo e dopo aver subito estensiva chirurgia plastica per rattoppare i suoi connotati, trovò un lavoro da dipendente statale, con molte difficoltà legate ai segni indelebili lasciati dall’incidente sul suo aspetto fisico. Nel corso degli anni affrontò ripetuti problemi di salute, fra cui cancro e difficoltà cardiache ma, anche grazie alle connessioni del figlio nell’ambiente medico, riuscì ad ottenere le cure migliori, che lo salvarono ripetutamente fin quando non andò a morire, ancora relativamente giovane, in un incidente d’auto.
Piuttosto che saltare a conclusioni sulla direzione che intendo seguire, suggerisco al lettore diffidente di comportarsi nei confronti della sorte di questa persona come si fa mediamente ad una veglia funebre: la morte si è presa presa l’individuo nella bara e tanti altri che abbiamo conosciuto, ma non ha ancora preso noi, quindi si può tranquillamente parlarne facendo spallucce e, magari, parlando di calcio.
Diciamo provvisoriamente, solo per esercizio, che questo signore abbia avuto un destino difficile…tanto il destino esiste, semmai, solo per gli altri.
E’ indubbio che, nel racconto della vita di questa persona, esista un tema di incidenti e problemi fisici che si ripresenta ripetutamente. E’ solo un caso?
Espansione attraverso la Resistenza
Se una persona dovesse chiedermi come ricordi di aver percepito me stesso durante la mia infanzia con non più di due immagini evocate spontaneamente, risponderei così: leggere molto e mantenere l’ordine. Più che dei libri e della ricerca del sapere, che sono palesi per chi mi conosca anche adesso, vorrei parlare di come il tratto dell’ordine e del controllo, un tratto per così dire meno gioviale e più saturnino, anche più nascosto per chi guardi da lontano, si manifesti nella mia personalità e nel mio modo di agire.
Da piccolo ero estremamente bravo con i videogiochi e, a quanto pare, proprio per questo discretamente celebre fra le mie amicizie (non ero altrettanto bravo ad accorgermene). Per il mio ottavo compleanno, avevo ricevuto in regalo dai miei genitori una console Super Nintendo, che aveva due lunghi cavi, uno per l’alimentazione elettrica ed uno per la trasmissione audio e video col piccolo televisore a cui la collegavo nella mia cameretta. Se tento, spontaneamente, di ricordarmi di quella console, la prima immagine che mi viene in mente non è di me col joystick in mano, ma di me che riordino i cavi ogni volta che si forma un groviglio e che, una volta messi i cavi a posto, mi tranquillizzo e gioco con grande soddisfazione. Qualunque fosse il tema del videogioco, lo approcciavo ripetutamente allo stesso modo: lo stesso combattente -al massimo due, ma simili- nel gioco di lotta, la stessa squadra di calcio, lo stesso giocatore di tennis, a seconda del tema; e ripetevo infinite volte lo stesso percorso di Super Mario, finché non lo completavo sempre meglio.
Ed è così che, pare, mi sia costruito la mia fama di abile giocatore: sempre più bravo, ma con lo stesso strumento. Lo sperimentalismo non era nelle condizioni iniziali della mia personalità.
Passiamo a circa quindici anni più tardi: sono uno studente di dottorato del primo anno, seduto davanti al mio computer a verificare delle equazioni che hanno lo scopo di controllare la correttezza un calcolo svolto dallo studente di dottorato che mi precede nella gerarchia del mio gruppo di ricerca. Lentamente e timidamente, sposto dei termini nelle equazioni e, ciclo dopo ciclo di calcolo, lascio che il computer verifichi che il risultato dell’operazione si avvicini a zero, come dovrebbe. Attraverso giornate passate in questa verifica, mesi trascorsi a perfezionarla per la pubblicazione e altri anni passati ad espandere la comprensione di quel ramo dalla fisica, mi sono costruito una carriera, terminata nel 2018 per motivi personali già raccontati altrove e che mi hanno condotto al mio ruolo attuale.
Aggiungiamo altri nove anni a questa immagine: sono al posto di mio padre qui da Dentoni a mettere ordine nell’arretratezza amministrativa. Cambio consulente dopo consulente, dopo avere attentamente soppesato le scelte; poi cambio software per la gestione contabile interna, introduco il welfare aziendale per i nostri collaboratori a tempo indeterminato, faccio sviluppare io stesso un software per la presa degli ordini da asporto, investo in finanza agevolata.
Tutto va lentamente, ma va sempre bene: le poche volte in cui prendo decisioni dettate da eccessivo entusiasmo o dalla rabbia, commetto degli errori, per fortuna sempre piccoli. I gesti sconsiderati proprio non mi si addicono. Per quanto tenti di abbracciarli di tanto in tanto, ne vengono fuori solo disordini. Lo sperimentalismo ha un ruolo molto più importante in questa fase della mia vita, ma è un ruolo conquistato col duro lavoro, anno dopo anno.
Cruciale per il seguito: non ho nessun problema a riconoscere che, in alcuni ambiti e per determinate persone, le decisioni impulsive funzionano benissimo. Parentesi chiusa.
Aggiungiamo ancora tre anni, arriviamo a quattro anni fa e io ne ho trentasei: leggo di finanza da otto anni e di derivati da due, ma ho da più di un anno un conto aperto sulla piattaforma di un broker su cui non ho mai messo un centesimo. Inizio finalmente con piccoli importi dopo lunga osservazione della mia indecisione e dopo aver frequentato un corso con dei formatori specializzati e molto seri: piano piano, seguendoli, investo. Dopo un anno, cammino con le mie gambe e non seguo più i loro segnali, ma confronto ancora le mie scelte con le loro; dopo due anni, mi muovo in maniera completamente indipendente. Ho commesso i miei errori anche qui, ma imparare cosa siano le opzioni ed i derivati i generale ha arricchito infinitamente la mia visione del mondo, non solo di quello finanziario!
Nel corso degli anni, la mia esitazione ad abbracciare la novità si è spostata progressivamente dal piano mentale al piano operativo: resta la prudenza di fondo, ma abbraccio le idee nuove con sempre maggiore facilità e spontaneità.
In una parola, è certamente presente in me una tensione fra una tendenza a cercare crescita tramite la novità ed una tendenza opposta a frenare la velocità della crescita, esercitando costantemente prudenza. Ai miei occhi, è innegabile che la mia vita sia impregnata dal tema di questa costante tensione fra queste due istanze.
Mi sono soffermato sugli aspetti professionali e, per così dire, più pubblici della mia vita, dove la moderazione l’ha fatta pressoché da padrone. In altri ambiti, ho commesso errori di eccessiva fretta di crescere per cui ho pagato prezzi molto maggiori; basti qui dire che l’evidenza del tema è altrettanto analoga anche lì.
Chiamare questi tratti “carattere” non toglie nulla al problema del perché una persona li possegga ed un’altra ne possegga di completamente diversi, né risolve la questione centrale: da dove provengono?
Di nuovo, il lettore scettico è più che padrone di pensare che si tratti dell’esercizio narcisistico di uno mezzo matto che scrive di cose astruse come il destino sul blog di una pasticceria.
Contrappunto: cosa sarebbe il “caso”?
Personalmente, quando sento le spiegazioni di tali fenomeni sulla falsa riga di “dipende dal carattere”, “dipende dai genitori che uno ha”, “dipende dai traumi emotivi dell’infanzia”, “dipende da una combinazione di circostanze troppo complicate”, mi viene in mente la frase di un grande fisico a proposito dell’interpretazione della meccanica quantistica: “Quando non di capisce una cosa, si inventa una parola nuova per convincersi di averla capita.”
Io e mia sorella abbiamo avuto gli stessi genitori, che non hanno amato me meno di lei né viceversa, ma siamo due individui completamente opposti, accomunati solo dai valori profondi che la famiglia ci ha trasmesso. E così milioni di fratelli cresciuti nelle stesse famiglie. E così innumerevoli coppie di gemelli. E così innumerevoli gruppi di persone che hanno subito traumi e shock estremamente simili nelle loro circostanze esteriori, ma hanno manifestato risposte di adattamento di lungo periodo completamente agli antipodi.
L’ultimo rifugio del caso, che ha perfino dignità matematica, è nella teoria del caos tramite il famoso effetto farfalla: differenze minime di condizioni iniziali condurrebbero a circostanze e a modelli di comportamento estremante differenti. Passi anche il fatto che ciò sposterebbe il problema appena di un altro passo logico: a cosa sono dovute queste differenze di condizioni iniziali nello sviluppo di due bambini altrimenti uguali? Al caso…? Non se ne esce mai…
Ma tanto più significativo è il primo aneddoto raccontato: passi anche l’effetto farfalla nello spiegare la completa imprevedibilità dell’evoluzione psicologica di un individuo, per chi ci crede. Non è certo la parte psicologica cosciente del compianto padre del mio oculista che sia andata a cercarsi prima l’indicente aereo, poi le malattie croniche assortite e poi l’incidente d’auto fatale. Forse si tratta di un’anomalia statistica, come ne esistono tante…cosa non si fa per sfuggire al confronto con l’idea di destino!
La letteratura e la cronaca di tutti i tempi riferiscono vicende di individui segnati da destini memorabili, nel bene e nel male. L’espressione poeticamente più alta della letteratura sapienziale occidentale è il libro di Giobbe, ma l’idea di destino è altrettanto presente nelle vicende dei poemi epici, delle tragedie greche e via dicendo. Nella sua ricerca di significato, senza la quale non riesce a sopportare l’esistenza, l’uomo individua nelle vicende degli eroi della letteratura dei temi ricorrenti che chiama destino e vede la grandezza e la dignità dell’eroe nell’andare incontro al proprio tema, al proprio destino, accettandolo.
La domanda centrale che si deve porre chi cerca il senso della propria vita, pertanto, è solo e solamente questa: questi temi che ricorrono nella mia vita esistono da prima di me o sono solo costrutti mentali creati a posteriori, a cui ho necessità di aggrapparmi soltanto per giustificare il mio comportamento?
Questo inaugura a sua volta il tema centrale nel problema del destino. L’idea di caso appare sofisticata, intelligente e apparentemente supportata dalla “scienza”. Ad un esame più spassionato, però, sembra più comoda che coerente.
Destino e Responsabilità Personale
L’esame che ho presentato nel mio caso è accessibile a qualunque essere umano mentalmente sano. Chiunque può vedere quali siano le sfide che ricorrono sistematicamente nella propria vita, per poco che si fermi e ci pensi seriamente. Non è lo scopo di questo blog né del suo autore convincere chicchessia di questa possibilità. Di fatto, si tratta dell’unico filtro possibile per toccare con mano l’argomento, senza leggere né ascoltare opinioni altrui, tantomeno le mie, che sono destinate a morire con me, quando sarà il momento. Se suona paternalistico, non lo è più che un docente di matematica che inviti lo studente a tentare di dimostrare i teoremi e a risolvere i problemi da sé, per imparare davvero la materia. Per ragioni dovute, a mio modo di vedere, ad una semplice malattia culturale, l’uomo capisce questo molto bene per le discipline circoscritte, ma si rifiuta di capirlo quando si tratta della propria vita interiore.
Se c’è del vero in ciò che penso e scrivo, allora vivrà dopo di me, ma esiste da tempo immemorabile prima di me e lo sto solo riferendo nel linguaggio del mio tempo tramite lo strumento a mia disposizione. Altrimenti seguirà il mio corpo nella tomba., quando verrà il momento. E’ molto semplice.
Tuttavia, mi preme soffermarmi un po’ sul motivo per cui, a mio modo di vedere, il mondo si ostina a trattare il destino come un fenomeno completamente mentale, che esiste solo nell’osservatore della vita altrui o nell’uomo che, a posteriori, osserva la propria.
Immaginate di sapere che il destino, questa forza misteriosa di cui parla la letteratura di ogni tempo, esiste per davvero ed influenza, a seconda delle circostanze, le scelte che fate e anche le loro conseguenze.
Per qualche motivo, non vi siete mai preoccupati dal fatto che un’altezza di un metro e novanta vi renda incapaci di diventare degli eccellenti ginnasti o che una di un metro e settantadue (come la mia) escluda la possibilità di eccellere nella pallacanestro. La prima constatazione vi angoscia, la seconda no. Ma perché…?
In genere la risposta è che questioni come l’altezza sono oggettive perché esistono nella realtà fisica e non possono essere cambiate. Per avvicinarmi alla risposta alla domanda sull’angoscia causata dal destino, mi permetto semplicemente di riformulare questa affermazione –non possono essere cambiate– in maniera differente ma equivalente. So che l’altezza dipende da una combinazione di geni e nutrizione ricevuta da bambino, quindi non è più una mia responsabilità.
Questa formulazione tocca l’idea centrale di destino: se nella mia vita esiste un tema da sviluppare fra la culla e la tomba, è evidente che, a differenza che con l’altezza, non posso liberarmi della sua influenza con un adattamento una tantum, ma devo adattarmici fin quando non morirò, come è anche chiaro che le scelte che compio e i desideri che coltivo sono legati inestricabilmente a questo tema.
Posto così il problema, l’angoscia e il fastidio generati dall’idea di destino nella cultura moderna, ossessionata dalle apparentemente infinite possibilità di scelta, appaiono sotto una luce diversa. L’uomo non ha paura dell’esistenza di forze statiche che lo vincolino, ma della responsabilità implicita in una forza dinamica e onnipresente che si adatta alle sue azioni e gli restituisce, tramite il mondo, le conseguenze dell’allineamento o del disallineamento delle sue azioni medesime con un compito di vita preesistente.
Una tale forza, se è reale, costringe l’uomo a liberarsi dall’illusione della libertà di e a perseguire unicamente la libertà da tutto ciò che gli impedisca di seguire il suo percorso. Meglio ancora, lo costringe a guardarsi dentro a lungo, molto a lungo, per cercare gli indizi di quale sia il percorso che gli spetta e per adattare il suo comportamento di conseguenza. E questo è, nel più dei casi, ciò che l’uomo desidera di meno in assoluto.
La domanda successiva ovvia sarebbe la seguente: da dove proviene questo compito di vita esistente alla nascita e perché un uomo e non un altro deve sviluppare determinati temi di vita? Se le domande sulla natura del destino sono pesanti quando riferite alla vita terrena, quelle riferite a quanto accade prima e dopo sono addirittura soverchianti e, francamente, non sento di aver maturato abbastanza comprensione davvero personale, davvero mia, per poterne parlare con chiccessia.
Mi limiterò solo ad accennare che l’atteggiamento di angoscia verso la responsabilità implicita nell’idea di destino è un tema che non è sempre stato presente nemmeno alle nostre latitudini geografiche e culturali: i pomeri epici omerici e romani, le tragedie greche, le stesse tragedie di Shakespeare o i più grandi fra i romanzi di autori come Dostoevskij, pur non usando esplicitamente la parola destino, hanno tutti a che fare con il problema posto dalla ricerca del significato di un’esistenza che sembra inchiodare un particolare individuo al confronto con situazioni alle quali non può sfuggire, per poco o tanto che ci provi.
Aggiungerò inoltre che in altre culture, su tutte quella indiana, l’idea di destino è talmente radicata nella visione dell’universo, basata sulla reincarnazione e sulla natura profondamente ciclica dell’esistenza, da risultare quasi banalizzata.
Personalmente, l’angoscia causata dal problema del destino agli uomini occidentali non mi dispiace, essendo uno di loro, perché l’ho vissuta come uno stimolo alla ricerca del significato della vita.
Una ricerca che, arrivato a 40 anni lo posso dire, non è stata, almeno finora, vana.
Buona Pasqua a tutti.
Mirko Serino





