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Il lavoro richiesto per apprezzare sé stessi: Munger, Pareto e Battiato.

Charlie Munger, lo storico socio di Warren Buffett a Berkshire Hathaway, è celebre per la sua profonda saggezza ed il suo approccio multidisciplinare alla conoscenza, che ha ispirato uno dei miei siti web preferiti e a cui è stato dedicato un intero libro, edito dal manager di Glenair Inc., Peter Kaufman.
La frase di Munger citata in cima è la mia citazione preferita fra tutte.

La si può applicare in ambiti illimitati. Nel business, il contesto nel quale è generalmente incorniciata, si devono conoscere i propri concorrenti prima di essere sicuri di offrire un buon prodotto, così come sarebbe opportuno comprendere da dove provengano le opinioni altrui, prima di restare sulle proprie.

Io affermo che questa regola abbia implicazioni profonde nell’ambito della consapevolezza di sé stessi, per motivi che spiegherò dettagliatamente in questo articolo introspettivo. Con il senno di poi, rifletterò su come la regola, per come sono giunto a comprenderla, mi abbia servito nel corso della vita. Di fatto, ha compiuto meraviglie, sebbene io ne non fossi consapevole in corso d’opera.

Se avessi letto e compreso Munger quando ero più giovane, non avrei avuto bisogno dei colpi di fortuna di cui ho beneficiato e che mi hanno salvato.

Charles Thomas Munger, noto come Charlie, lo storico partner di Warren Buffet’s a Berkshire Hathaway

Pomodori, fisica e gestione aziendale

Il filo rosso che connette i pomodori, la fisica e la gestione aziendale lungo il corso della mia vita è una semplice domanda che mi è stata spesso fatta: “Come riesci a farlo?” In tutti e tre i casi, le persone che me lo chiedevano non riuscivano a concepire ciò che stavo facendo al momento: per i pomodori, mi è stato chiesto dai miei compagni di classe delle elementari quando avevo 8 anni e già ero innamorato degli ortaggi; per la fisica, è successo fra i 20 e i 30 anni, quando la studiavo e poi lavoravo in università; e per la gestione aziendale, succede a volte adesso, mentre mi trovo a gestire amministrazione e risorse umane qui da Dentoni.

In ogni momento e per molte persone, fare tali cose era (o è ancora) inconcepibile.
La lista di queste persone, in effetti, ha incluso me stesso per molto tempo!
La storia della mia uscita da questa lista è una storia di una problematica relazione con i miei insegnanti di matematica, mio padre e l’aver commesso abbastanza presto due errori che, per fortuna, si sono cancellati a vicenda.

Per prima cosa ci sono i pomodori. Questo è il terreno facile, a merito esclusivo di mia madre. Mangiare verdure non è mai stata una scelta che abbia dovuto prendere, bensì qualcosa che mi è stato presentato come naturale ma, soprattuto, né come eccezionale né speciale. Ho semplicemente visto gli altri intorno a me farlo costantemente, senza attribuirvi alcun significato emotivo. Ho quindi iniziato abbastanza presto, lentamente ma senza intoppi, a farlo io stesso, semplicemente imitandoli. Non c’è mai stato alcun tipo di ansia da parte dei miei genitori nel farmi mangiare verdure, né mi è stato presentato come un grande traguardo che dovevo raggiungere per essere lodato.

Cosa c’entra tutto ciò con la matematica e la gestione aziendale, oltre alla domanda che alcuni dei miei compagni sembravano scioccati mi hanno chiesto allora?

La risposta è che, sia che si tratti di mangiare verdure o studiare fisica o gestire un’azienda, è sempre in gran parte una questione di atteggiamenti di inizio, come argomenterò di seguito.

Le difficoltà matematiche sono un prodotto dei metodi educativi

Quando ero nella scuola elementare, i compiti di matematica erano il dovere più doloroso dei miei pomeriggi: molto spesso, mio padre si sedeva accanto a me per ore per aiutarmi a capire con cosa stesse combattendo il mio cervello, più incline alla letteratura. Ero costantemente trattenuto da un mix di pigrizia e paura del fallimento, che si rinforzavano a vicenda. I primi due semi che avevano originato questo circolo vizioso in cui rimasi bloccato per anni erano la mia inclinazione verso la letteratura -che non è mai svanita- e la mia memoria sorprendentemente forte per qualsiasi materiale di apprendimento che fosse accompagnato da una qualsiasi narrativa; questo mi consentiva di ottenere facilmente voti alti e molta ammirazione da parte degli adulti in qualsiasi altra materia. Anelavo all’ammirazione degli adulti, da bambino estremamente insicuro. La terza causa di cui sono consapevole era una cattiva relazione con praticamente tutti gli insegnanti di matematica, dalla scuola elementare fino al terzo anno delle superiori.

Imbattersi nelle tabelline, da imparare a memoria senza alcuna narrazione di supporto, fu una sorta di trauma. Nemmeno il modo in cui la matematica viene insegnata nelle scuole italiane fu d’aiuto. Tuttavia, il problema con il sistema scolastico, per quanto grave, è secondario rispetto alla genesi dell’ansia per la matematica.

Il fatto che, di tanto in tanto, mio padre si arrabbiasse con me non fu d’aiuto: ricordo il mio desiderio di ripararmi nella della sua guida ogni volta che avevo qualcosa da risolvere e non riuscivo a capirlo, ricordo riuscisse ad alleviare la mia ansia…mentre lui sedeva accanto a me per aiutarmi, perfino l’odore delle sue sigarette, che altrimenti detestavo, sembrava accettabile. Ricordo anche distintamente la mia impotenza quando era richiesto uno sforzo logico per fare il passo successivo, soprattutto durante i compiti in classe, quando la mia mente semplicemente entrava in modalità blackout; la frustrazione di mio padre, vedendo che capivo le sue spiegazioni a casa ma non riuscivo a fare il passo successivo con le mie forze, è del tutto comprensibile in retrospettiva, ma le sue reazioni non facevano che peggiorare il mio problema.

Quando si è alla ricerca della veloce ricompensa del riconoscimento, ma si percepisce il rischio di essere criticati e derisi, immobilizzarsi dietro la maschera di un’incapacità inventata, con la quale si sarebbe nati, è la strategia giusta: assumersi dei piccoli rischi e accettare i necessari errori che ogni apprendimento per tentativi comporta dà la sensazione di essere una montagna troppo alta da scalare. Molto presto, l’incapacità inventata dà la sensazione di essere perfettamente reale.

Tutto questo ebbe un ruolo importante nella mia scelta del liceo classico, quando avevo 14 anni: volevo allontanarmi dalla matematica il più possibile, pronto a faticare incessantemente con le traduzioni latine e greche tanto quanto gli altri mi avessero richiesto in cambio. Fu, di gran lunga, la migliore scuola che potessi scegliere. Solo che la scelsi per la peggiore delle ragioni possibili. E poi ebbi molta fortuna in seguito.

Questo tipo di fortuna è una pericolosa spada a doppio taglio, quando si cerca di valutarsi con il senno di poi. Vorrei solo menzionare quanto siamo tarati nel giudizio delle nostre scelte passate: potremmo sperare di essere oggettivi solo se potessimo valutare i nostri meccanismi di decisione al posto dei risultati delle nostre decisioni. Valutare le decisioni in base ai loro risultati è il modo migliore per idolatrare degli stupidi divenuti superstar e per disprezzare persone molto intelligenti e capaci che sono state molto sfortunate. Una tale consapevolezza sarebbe un incentivo all’umiltà e alla saggezza allo stesso tempo…

Sia come sia, la mia scelta funzionò bene fino al mio ultimo anno, quando iniziai ad affrontare la scelta successiva di una facoltà universitaria: la filosofia mi affascinava, in quel momento, perché ero spontaneamente attratto da problemi di ampio respiro e già amavo Kant e Spinoza. Tuttavia, gran parte della materia, al di fuori di un pugno di autori, mi sembrava inutilmente ampollosa: se avessi mai deciso di continuare con la filosofia, sapevo che avrei dovuto limitare il mio interesse per i pensatori che avevano scritto qualcosa di veramente interessante per me ad una porzione limitata del mio tempo universitario, soprattutto fino alla mia tesi di laurea. Inoltre, le prospettive lavorative future non mi ispiravano: insegnare alle scuole superiori non mi interessava affatto e pensare di diventare professore universitario era un obiettivo al di là della stima che avevo allora per me stesso.

Quindi avevo disperatamente bisogno di un piano di riserva: qualcosa di solido sui problemi fondamentali dell’universo, possibilmente legato alla filosofia (così da respirare ogni tanto, se necessario), possibilmente composto da conoscenze inestricabilmente connesse, per oppormi alla pigrizia e alla tendenza a scegliere quanto preferissi dell’argomento. A tal proposito, non sto dicendo che avessi una lista così precisa di cose da fare, al tempo, ma ogni singolo aspetto competeva per la mia attenzione, a turno. L’ultima esigenza nella mia lista era di trovare, dopo l’università, prospettive lavorative solide, che mi avrebbero tenuto lontano dalla gestione del nostro business di famiglia. E fu questo il mio secondo errore: prendere il business sotto gamba. Alla fine, questo mi condusse a scegliere la migliore facoltà che potessi scegliere, ma ancora una volta per la ragione sbagliata. Semplicemente, il voler evitare gli affari mi condusse nelle braccia della scienza, che avevo fino ad allora ignorato.

Intermezzo business: stati di flusso e un padre scomodo

Avevo già trascorso tutte le miei estati, dall’età di 11 anni, lavorando fianco a fianco con mio padre da Dentoni, a volte godendo dello stato di flusso che arriva a chiunque lavori a elevata velocità con compiti ripetitivi svolti in sequenza, ma che richiedono piccoli adattamenti allo stesso tempo. Questi stati sono abituali per i lavoratori del settore dell’ospitalità: ogni sccontrino che emetti richiede la stessa procedura, ma in combinazioni leggermente diverse di prodotti, a seconda del cliente, il che ti costringe a mantenere l’attenzione sufficientemente sveglia; ogni caffè che prepari richiede la stessa sequenza di azioni, ma quando il locale è pieno devi prestare attenzione alle molteplici combinazioni di prodotti per ogni singolo ordine… e così per ogni ordine che servi a un tavolo, se sei un cameriere… e così via per altri ruoli. Questo crea l’intreccio di ripetizione e novità che realizza il bell’equilibrio che Mihaly Robert Csikszentmihalyi è diventato famoso per aver studiato e che, quando il lavoro diventa abbastanza impegnativo, rende lo stato di flusso così spesso accessibile ai lavoratori di questo campo.
Sono personalmente persuaso che sia questo a far loro amare il lavoro, perché le circostanze non li obbligano nemmeno a ricercare volontariamente questo stato. Un tale stato di flow è ciò che ogni uomo cerca e, nell’ospitalità, ti viene semplicemente offerto durante l’ora di punta, se sei bravo a gestire la sfida e a non entrare in panico.

La radice della paura della gestione e della proprietà d’impresa, per me, era che lo stato di flow era l’unico angolo interiore in cui mi fossi mai sentito a mio agio, altrimenti sapendo che, man mano che sali su per la scala delle responsabilità, questo stato diventa sempre meno affar tuo; in secondo luogo, non riuscivo a sopportare l’idea proprio per lo stesso problema di percezione che mi aveva tenuto lontano così a lungo dalla matematica: la percepita mancanza di connessione tra il management e il mio modo di essere creava una sensazione di totale mancanza di potere d’azione per il mio futuro sé, che allora mi appariva inesorabilmente condannato a consumarsi nella disperazione, nell’eventualità di un futuro in quel ruolo. E perché percepivo mancanza di potere di azione? Diciamo solo che un uomo d’affari forte, autoritario e così capace come mio padre, non funziona bene da apripista per un bambino introverso attratto dai problemi teorici.

Quando la natura di tali problemi, distaccata dalle problematiche pratiche da una cortina di paura e di senso di inadeguatezza, è sentita più come un rifugio che una sana sfida, significa che la personalità del soggetto sta molto probabilmente confondendo il male minore con la sua inclinazione più naturale.

Ci vuole molto sano incoraggiamento verso l’apprendimento per tentativi per alimentare l’accettazione e perfino la celebrazione degli errori, dai quali nasce lo spazio per l’interesse in abiti che suscitano paura. Non c’è possibilità che questi ultimi facciano capolino attraverso nessun altra cosa che un’accresciuta autostima ed un senso di un potere di agire accresciuto. Un tale risultato è generalmente il prodotto di circostanze fortunate e, pertanto, è raro. Si noti bene: sto dicendo potere di agire accresciuto per un motivo specifico. Dopo la scuola elementare non avevo più avuto difficoltà con le basi della matematica, ma mi ero troppo abituato allo stato di cose per cui facevo lo stretto indispensabile, a causa del condizionamento precedente, per comprendere che il mio potere di agire fosse sufficiente a condurmi fino all’amore per la materia, se ci avessi provato. Di regola, non siamo mai consapevoli del valore delle cose per quello che sono, siamo abituati a renderci conto solo delle variazioni.

Una scelta giusta non segue necessariamente da un giusto motivo

Ritornando al filo principale: quando avevo 19 anni e dovevo scegliere una facoltà universitaria, avevo incontrato due anni prima la prima insegnante di matematica della mia vita che fosse in grado di presentare la materia con semplicità, chiarezza e l’atteggiamento che ispirava in me tutto tranne che l’ansia. Mi ricordo della prima volta in cui chiese a tutta la classe del nostro rapporto con la matematica. Ero l’ultimo e, quando arrivò il mio turno, alla sua domanda risposi evasivamente “preferisco i romanzi”. Lei parve impassibile e, un mese dopo, mi divertivo a risolvere identità trigonometriche. Cosa fu che rese possibile tutto ciò? Guardando indietro, anche questo fu il risultato di diversi fattori: da un lato, avevo evitato la matematica per quasi tre anni, dimenticando gran parte dell’esperienza frustrante che avevo avuto in passato; ero poi convinto che non avrei dovuto preoccuparmi troppo di essa per il resto della mia vita; dall’altro lato, questa donna aveva un certo carisma, che posso descrivere come un atteggiamento rilassato e un’autenticità che le permetteva di trasmettere le sue conoscenze con chiarezza e senza serietà opprimente; quest’ultima era, altrimenti, l’atteggiamento che avevo sempre trovato nei docenti di matematica e in mio padre, nonostante il suo ruolo impareggiabile nella mia prima istruzione. Questo era il seme di cui avevo bisogno per assistere alla timida fioritura di una diversa convinzione dentro di me che, stimolata dai miei dubbi su una carriera in filosofia e dalla mia paura di diventare un manager (il mio secondo errore), mi condusse a tuffarmi nella fisica.
Allora, non sapevo nemmeno come derivare la formula per le radici di un’equazione di secondo grado. E, infatti, non accadde nessun tipo di miracolo in seguito: dovetti lottare molto duramente per molti anni per riprogrammare la mia mente a pensare in modo logico e chiaro, abbandonando la modalità analogica predefinita del mio cervello, ma ne valse la pena! Nel primo anno e mezzo piansi per la frustrazione almeno un paio di volte. Ma, esattamente cinque anni dopo l’iscrizione, mi laurei e scelsi di intraprendere un dottorato di ricerca.

Se mio padre fosse ancora vivo, oggi sarei probabilmente ancora su quella strada.

Né rimpianto né rimorso: la scelta è la crescita

Questo mi porta alla prossima scelta più importante della mia vita: ad agosto 2018, quando mio padre era già in fase terminale e a pochi mesi dalla partenza, avevo appena ottenuto un’offerta per entrare all’Università Tecnica di Cracovia per un percorso di carriera. Quella era la città dei miei sogni e avevo atteso con ansia una tale opportunità per molto tempo, quasi fin dall’inizio del mio primo postdoc lì, a settembre 2014. Quindi dovevo affrontare un’altra difficile scelta tra qualcosa che avevo imparato a fare con piacere e qualcosa che non pensavo di poter apprezzare ma verso cui ero attratto inconsciamente, devo ammetterlo. Non riuscivo ancora a vederlo chiaramente al 100% 4 anni fa, ma lo vedevo al 50% più chiaramente di quando avevo diciannove anni: la prospettiva di crescita personale implicita nella strada a cui non ero abituato mi chiamava con una voce più forte. Che fosse fisica o gestione aziendale, la lezione diventava sempre più chiara: ero guidato sulla strada destinata a rompere i miei limiti mentali autoimposti.

Si dice che, tra un rimpianto e un rimorso, si dovrebbe sempre scegliere il rimorso. Ciò implicherebbe che ho commesso un errore, in questo senso. Ma non è veramente così, credo: non ho scelto di sacrificare una carriera scientifica per la mia famiglia, ho piuttosto scelto di fare il prossimo passo nella mia progressione personale attraverso e oltre le mie paure. Non riuscivo ancora a articolarlo in questo modo 4 anni fa, ma lo riconoscevo istintivamente.

Sostengo che la regola del rimorso nella scelta tra rimpianto e rimorso è un caso particolare di una regola più generale: dovresti cercare di scegliere, la variabile chiave non essere ingannevole con te stesso, il percorso che porta la tua crescita personale al livello successivo. È pur vero che, per la maggior parte delle persone, questo sia il percorso che inizialmente appare colorato dal rimorso. Potrebbe essere stato così anche per me: posso immaginare un’altra vita in cui avrei potuto sperimentare le responsabilità del business in età più precoce, dimostrando di essere bravo, per poi innamorarmi della scienza. In una vita di quel genere, in cui il business avrebbe avuto lo stesso sapore dei pomodori, per così dire, il rimorso sarebbe stato, di fronte ad una scelta simile, la via della crescita. Ma in questa vita, il business ha lo stesso sapore he aveva la matematica prima di esso. Perciò, adesso, io credo che fosse una porta da attraversare.

La regola 80-20 di Pareto

Il mio interesse per imprese più rischiose di una carriera universitaria (tradotto: preoccuparsi di perdere denaro piuttosto che di perdere citazioni) era iniziato ad insinuarsi prima, mentre ero un post-dottorando in fisica a Cracovia. Altrove ho già raccontato come mi innamorai delle idee di Nassim Taleb sulla fortuna, l’incertezza e il rischio attraverso i suoi libri della sua serie Incerto e come questo mi condusse al programma di formazione del Real World Risk Institute a New York, tenuto da lui e da Raphael Douady, nel giugno 2017. Con il beneficio del senno di poi (o qualcuno potrebbe dire con l’illusione della mia narrativa personale), posso ora come stessi cercando di entrare in contatto con il mio potenziale inespresso di avere a che fare con la realtà più da vicino. Superare la mia paura della matematica era stato un primo passo nella giusta direzione, ma il mio io interiore iniziava a richiedere il prossimo. Tragicamente, la chiamata all’azione è finalmente arrivata con la condanna a morte per cancro di mio padre. E con questo finisco con i colpi di scena motivazionali.

Il resto di questo paragrafo è un tentativo scientifico di demistificare il motivo per cui, apparentemente, io sia riuscito in ambedue le cose. In altre parole, è una risposta alla domanda “Come riesci a farlo?” Anteprima scontata: il talento non quasi ha nessun ruolo. Io non ho assolutamente nessun talento. Tutto ciò che posseggo è l’amore per la conoscenza e la volontà di apprender e migliorarmi. Punto.
Lo strumento che utilizzerò nel mio sforzo di demistificazione è noto come legge di Pareto, dall’omonimo matematico e sociologo italiano, Vilfredo Pareto. Non presenterò nessuna dimostrazione matematica, ma l’idea dietro la legge di Pareto sarà esemplificata chiaramente.

Se il lettore è terrorizzato a morte dalla matematica, legga solamente il testo in grassetto fino alla prossima immagine, per comprendere l’essenziale.

Prima di tutto, la legge in forma qualitativa.
Per alcune variabili nei sistemi complessi, esistono risultati spropositatamente più importanti di tutti gli altri, che derivano da una ristretta minoranza della popolazione.

Storicamente, il primo campo in cui è stata scoperta la regola è stato lo studio della distribuzione della ricchezza in Italia da parte di Pareto stesso, che scoprì che circa il 20% della popolazione italiana possedeva al tempo circa l’80% della ricchezza nazionale. Ma non deve essere necessariamente 80-20.

Adesso, prima di un esempio idealizzato per spiegare in modo intuitivo dove si applica la regola di Pareto e dove no.

Supponiamo di prendere 1000 persone e di farle allineare distese per terra in fila indiana, per 1,75 chilometri. Ovviamente, la loro altezza media deve essere di 1,75 metri. Certamente, ci saranno delle variazioni di altezza tra di loro. Alcuni saranno più alti, altri più bassi. Quanto posso sperare di accorciare la fila, se rimuovo quelli più alti, senza conoscerli individualmente in anticipo? E la risposta sarebbe che, in casi molto eccezionali, potrei sperare di rimuovere 2,7 metri, ovvero lo 0,1% della lunghezza totale. L’altezza media delle 999 persone rimanenti sarà di (1750-2.7)/999 metri, ossia 1,749 metri. La media è cambiata di una parte su 1000, ossia è praticamente rimasta la stessa.

Successivamente, supponiamo che le stesse persone mettano tutti i loro soldi in un unico conto bancario e che il totale della loro ricchezza sia di 1 miliardo di euro. Quindi, con 1000 persone, 1 milione di euro è la ricchezza media, abbastanza elevata. Quanto inferiore posso pensare di rendere il saldo del conto bancario, se rimuovo i soldi di una sola persona scelta a caso, senza conoscere questi individui a priori? Non dovrebbe sembrare irragionevole che un singolo individuo possa possedere un capitale di 900 milioni i euro, con i rimanenti 100 milioni divisi tra le altre 999 persone, che quindi possederebbero poco più di 100.000 € ciascuna, in media. La media del campione cambia drammaticamente, quando rimuovo l’individuo più ricco! Dopotutto, non molti sono così ricchi da possedere 1 miliardo, ma certamente non sono affatto rari come gli uomini alti 2.7 metri!
Si noti che questo è vero per la distribuzione della ricchezza in generale, che un uomo così ricco faccia parte o meno del nostro campione specifico: è una proprietà della distribuzione della ricchezza in tutta la società, non del campione scelto a caso. Infatti, se estendo l’esempio sopra al caso più complesso di un’intera nazione, è abbastanza ragionevole aspettarsi ciò che Pareto ha scoperto per primo: una minoranza di individui controlla la maggior parte della ricchezza.

La ricchezza è un esempio di variabile di Pareto, perché tende ad accumularsi nelle mani di pochi. Che cosa la rende speciale? Beh, l’altezza di un uomo non dipende quasi per nulla dall’altezza di altre persone. Ma la ricchezza sì, di gran lunga, perché è una funzione delle interazioni economiche che esistono in una società, della struttura sociale e delle relazioni di potere. Questo è tipico delle variabili che derivano da interazioni intricate multiple in sistemi complessi. Questo è tutto quanto ci sia da capire per afferrare la legge di Pareto.

Vilfredo Pareto (1848-1923), studioso eclettico italiano

Si pensi ad un qualsiasi campo interessante della vita umana…

  • How many movies or books written each year make it to become timeless classics?
  • How many of the women (or men) you meet in one life end up becoming significant love stories?
  • How many plants and animals play the biggest role in our diets, out of all the edible ones out there (think wheat, barley, pork and poultry)?
  • How big a percentage of all the active soccer, basketball, or baseball players make up for most of the revenue of dedicated advertising companies (think Messi and Cristiano Ronaldo in soccer, compared to all the others, if you want to convince yourself that ‘80%-20%’ is just a historical accident…)

E, infine:

  • Quanta parte del successo delle persone è ascrivibile al loro talento e quanta al sacrificio?

Valutiamo…Mozart, Bach, Messi, Ronaldo, Van Gogh, Eulero, Gauss, Phelps, Michael Jordan, Newton, Einstein, Tolstoy, Dostoevsky, Dante Alighieri, come essenzialmente tutti i geni di cui riesca a ricordarmi in qualsiasi campo di cui sappia qualcosa, sono noti per aver trascorso ore interminabili a perfezionare la loro arte.
Cosa ci può dire, al medesimo proposito, di tutte le persone di successo di cui è pieno il mondo, che magari non si sono manifestati come geni mentre erano ancora in fasce, un tipo di persone che tutti conosciamo ma che raramente finiscono in prima pagina o nei libri di storia? Conosciamo tutti il giusto ritornello che condividiamo a proposito di chiunque abbia davvero combinato qualcosa: hanno lavorato duro e, spesso, sono stati aiutati dalla fortuna!

Ed ecco, quindi, in forma quasi matematica:

Assioma empirico 1, ovvero Legge di Pareto del successo umano

Il successo è dovuto, al peggio, per l’80% alla voglia di fare sacrifici e di aderire alla disciplina richiesta per imparare dagli inevitabili errori, più una dose di fortuna; al massimo il 20% è riconducibile al talento.

Assioma empirico 2, ovvero Legge di Munger’s della consapevolezza umana.

Per stabilire ciò che davvero ci piace fare, non dovremmo mai pronunciarci prima di aver fatto lo sforzo di dare una possibilità alle nostre paure più grandi, perché lì risiedono le possibilità di crescita maggiori. Raramente la consapevolezza del proprio potenziale arriva gratis.

Empirical proposition, i.e. The likely nature of genius

A causa delle leggi 1 e 2, pochissime persone conoscono davvero le proprio inclinazioni find a un’età precoce. Con estrema probabilità, coloro che chiamiamo geni sono persone che non incontrano resistenza nella scoperta della loro inclinazione più profonda né nel coltivarla liberamente, ossia senza ostacoli emotivi dovuti a sessi di colpa, di inadeguatezza e simili. Ciò consente loro di sviluppare un metodo di divenire bravissimi nel loro lavoro e di accumulare e conservare un vantaggio sugli altri.

So che c sarebbero da precisare delle sfumature e che non dico che si dovrebbe convenire con me perché ho apparecchiato la cosa sotto forma di teorema. Affermo però di aver scoperto che l’essenza del problem è così semplice da essere esprimibile in forma di teorema.
Il sacrificio e la disciplina, insieme alla curiosità e ad una buona dose di fortuna, hanno compensato la mia disperata mancanza di qualunque posa potessi descrivere come talent naturale. Questa è la risposta: non esiste nessun segreto!

Franco Battiato e l’evoluzione

Come il compianto e maestoso Franco Battiato disse una volta (cito a memoria): “L’evoluzione spirituale è il solo regno che conosca in cui la meritocrazia sia tutto.” aveva certamente ragione nel senso in cui lo intendeva. Inoltre, aggiungerei qui che, l’evoluzione in sé, d’accordo in questo con Ray Dalio, è la forza più potente dell’universo; di fatto, è lo scopo vero per cui esseri così consapevoli come gli esseri umani esistono a questo mondo.

Con “evoluzione” non intendo nessuna specie di progresso in senso sociale, sia esso tecnologico, economico, politico o qualunque altra cosa. Intendo solo la crescita della consapevolezza individuale del proprio potenziale e la sua attualizzazione nel mondo.

Quando Battiato affermò quanto citato, intendeva che, nel regno del lavoro spirituale, non si ha a che fare con metriche di giudizio umane e imperfette, siano esse il potere, il prestigio o l’opinione dei propri simili. Si è semplicemente soli di fronte a sé stessi. non si può fingere il progresso, perché non si può fingere l’onestà.
Tutte le tradizioni spirituali sono colme di storie di santi ed esseri illuminati che raggiunsero la disperazione, dopo aver esaurito tutti gli sforzi che potevano fare per raggiungere gli stati di coscienza superiori a cui anelavano. Solo in seguito arriva la grazia. E questo è il mistero. Tali storie portano un messaggio chiaro: di fronte al divino, tutti sono uguali e chiamati allo stesso sforzo onesto. Alcuni possono avere più talento ed essere più portati alla spiritualità, ma nessuno è esentato dal lavoro. Infine, l’aiuto che nel mondo è concesso dalla fortuna, nel dominio spirituale è concesso da Dio, ma non è mai a discrezione dell’uomo.


Allo steso modo, intraprendendo il tentativo di sviluppare un’abilità che si pensava di non poter mai sviluppare, non passerà molto prima che si riconosca la verità che il talento ha poco a che fare col successo, ad eccezione dei casi di successo estremo: Michael Jordan era un talento eccezionale, ma dovette lavorare ai fondamentali non meno di qualunque altro giocatore, senza sosta; anzi, più degli altri, come racconta una recente serie su Netflix (L’ultimo ballo). Proprio come un cercatore spirituale, che ogni giorno si attiene alla sua disciplina.

Non possiamo portare nulla di materiale nella tomba con noi. Resta aperto il problema se il risultato dei passi in avanti rispetto ai nostri limiti, che facciamo nel corso della vita, sia di una natura così sottile da sopravvivere alla morte del corpo fisico. Questo è un problema tale a cui sarei un folle ad affermare di avere una risposta. Ma se la fede è di aiuto nell’estrarre significato dalla vita, questo è ciò in cui, per me, ha più senso credere.
I sentimenti che sorgono quando una barriera interiore viene disintegrata sono e restano i Segnali di Vita più autentici che abbia avuto la fortuna di sperimentare. Perciò mi fermo e lascio la parola al Maestro Battiato.

Segnali di vita, dall’album di maggior successo di Battiato, La Voce del Padrone

Mirko Serino e Francesco Panarese

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