Il problema delle risorse umane nel post Covid-19 (e nel declino della leadership globale dell’occidente).

Proprio questa mattina, un mio stimato conoscente ha consigliato su LinkedIn (più o meno l’equivalente di un “Mi piace” su Facebook, per chi non vi fosse avvezzo) un interessante articolo sul cambiamento del mercato del lavoro dei giovani, in particolare quelli molto qualificati fra i 26 ed i 35 anni, basato su uno studio statistico dell’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (AIDP).
Ne si evince che una quota molto significativa dei giovani intervistati ha lasciato o prevede di lasciare il proprio posto di lavoro, soprattutto nelle aziende del Nord Italia e soprattutto dei settori del marketing, dell’informatica e della produzione, quindi in settori che richiedono una spiccata specializzazione professionale.
Approfondendo, si scopre anche che il 20% fugge da “un clima di lavoro negativo all’interno dell’azienda”, variabile -parliamo per esperienza- molto vaga ma comprensibile a grandi linee, mentre il 25% cerca “un nuovo senso della vita”.

Poiché sono, per formazione, un fisico e so bene che i dati, da soli, sono solo numeri senza senso e che, per acquisire il medesimo, richiedono un notevole e significativo sforzo di interpretazione, mi permetto di dedicare lo spazio del mese di Marzo su questo blog per delle riflessioni complementari all’articolo stesso che, da titolare di un’azienda che offre un lavoro

  1. prevalentemente stagionale
  2. in un settore diverso da quelli enfatizzati nell’articolo
  3. rivolto molto spesso ai giovanissimi alle prime armi, meno qualificati dei professionisti su cui si concentra l’articolo citato
  4. nel Sud Italia, invece che al Nord,

possono offrire una fotografia di un segmento di popolazione comunque giovane ma anagraficamente e culturalmente profondamente diversa da quella su cui si focalizza l’articolo.

Per quale motivo mi preme spendere delle parole? Mi si consenta un’analogia: pensate al volto di una persona che sta piangendo di disperazione…forse non assomiglia, in qualche caso, all’espressione di qualcuno che sta piangendo di felicità? Il dolore forte ed il piacere estremo sono difficilmente distinguibili, se si dispone solo una visione parziale della situazione…

Lo scopo di queste mie considerazioni sarà quindi di offrire uno spaccato di un altro settore del mondo del lavoro giovanile, al quale afferiscono parti della popolazione giovanile che, proseguendo con l’analogia di cui sopra, possiamo definire “basse”, nel senso specifico e non discriminatorio di meno qualificate professionalmente, per ragioni anche semplicemente anagrafiche…magari potrebbe aiutarci a capire se stiamo godendo o se ci stanno scarnificando vivi. Probabilmente, per anticipare il mio punto di vista che svilupperò alla fine dell’articolo, stiamo assistendo ad un mix di entrambe le cose, a causa di precise ragioni storiche e sociali di cui forse non comprendiamo neppure la portata, essendo troppo ipnotizzati dalla novità del fenomeno per riflettere seriamente sulle sue cause .

Questo mio articolo tratta -lo preciso per evitare equivoci- più del frutto di un’esperienza aneddotica che di un’analisi di dati strutturati. Ma sottolineo tre cose, affinché questa natura aneddotica non sia considerata una debolezza.
Punto primo, se “aneddotico” significa basato su esperienza personale più che su misurazioni (pseudo-)oggettive, faccio notare che la “negatività sul posto di lavoro” può significare decine di situazioni diverse, mentre sarebbe anche da argomentare bene che la “ricerca di un nuovo senso della vita” sia sempre e solo una questione di rapporto con il proprio lavoro. Ciò può essere vero in specifici contesti, ma che sia una misurazione precisa…è estremamente discutibile.
In secondo luogo, l’articolo citato in apertura del pezzo non menziona che il fatto di poter cambiare lavoro per cercare un nuovo senso della vita sia per forza fortemente correlato alla disponibilità di opportunità portata dagli stravolgimenti pandemici. La ricerca del senso della vita non è un risultato del Covid, bensì una costante dell’uomo di ogni tempo ed estrazione sociale. È, piuttosto, la possibilità di tentare di perseguirla attraverso il cambiamento di lavoro, in un panorama ricco di opportunità come quello attuale, che sta caratterizzando le scelte dei giovani intervistati negli anni in cui stiamo vivendo. Questo non dimostra che nessuno si avvicini di più al senso della vita.
D’altronde, le aziende non sono diventate più schiaviste o invivibili durante la pandemia: se lo erano -il che ci sta, in tanti casi- lo erano da prima.
Non mi spendo oltre a tentare di dimostrare questo. Preciso solo che approvo pienamente la ricerca del senso della vita, anche se passa attraverso il cambiamento di un lavoro insoddisfacente, ma la considero una questione talmente delicata che farne una variabile così generica in un’indagine statistica finisce per mettere impropriamente nella stessa pentola un ginepraio di motivazioni troppo eterogenee, il che è un effetto collaterale perfettamente comprensibile della struttura a risposta chiusa di questo genere di questionari. Ripeto: l’esigenza dell’essere umano di cercare il senso della vita è vecchia quanto lui, non è stata scoperta con il Covid-19.
Terzo e ultimo, mi permetto di notare come la sostanza della casistica a mia disposizione dopo avere diretto il personale per tre anni e mezzo qui da Dentoni -e dopo aver sentito i miei problemi rispecchiati ed echeggiati ad nauseam nella parole di tanti colleghi- sia abbastanza nutrita, anche se non l’ho tradotta puntualmente in numeri.

Adesso premetto, e ne sono orgoglioso, che la nostra azienda può pienamente vantarsi -e lo scrivo pubblicamente- di assoluta puntualità nei pagamenti e di completa assenza di lavoro nero per tutti i nostri dipendenti stagionali (ivi compresa la pratica molto comune dei contratti part-time con i quali una persona finisce per lavorare full-time, cosa che da noi non è praticata), oltre che di alta organizzazione e strutturazione dei turni lavorativi, durante i quali contiamo, in pieno regime estivo, 50 persone assunte a fianco di 7 titolari che partecipano attivamente alle attività di produzione e vendita, oltre che di salari superiori all’offerta media del mercato.

Ciò premesso, le tendenze che osservo a seguito della pandemia, in particolare lo scorso anno, sono

  1. riduzione della componente femminile del personale;
  2. riduzione della componente italiana del personale, progressivamente sempre più sostituita da lavoratori extracomunitari, in particolare indiani e senegalesi;
  3. forte riduzione dei dipendenti giovanissimi (16-25 anni) fra le nuove leve.

Si tratta di tendenze in atto sicuramente da anni, di cui ricordo che parlava già mio padre, ma che la pandemia e le misure prese per contrastarne gli effetti economici hanno senza ombra di dubbio accelerato, in quanto la differenza fra il 2021 ed i due anni precedenti è stata abissale. Anche negli Stati uniti, che hanno adottato pacchetti di misure di sostegno sociale simili, si sono registrate tendenze ugualmente infelici nelle attività stagionali. Ma mal comune non sempre significa mezzo gaudio, a mio modo di vedere.
Anzi, il fatto che il paese “leader” delle ex democrazie occidentali e massimo cultore del lavoro come senso ultimo della vita stia attraversando una crisi analoga fra i giovanissimi, che ancora non hanno l’età per essere assorbiti dalle grandi corporations, prime evangeliste del lavoro come ragione ultima della vita, ci fa chiedere ancora di più se il problema non sia un altro anche da loro, ossia: non è che, per caso, laddove in occidente si è un tantino calcata la mano con i sussidi di sostegno ai non lavoratori –magari semplicemente non fermandoli tempestivamente – si è instillata, nella mente della gente nata negli ultimi 20 anni, una visione assistenzialista della vita proprio nell’età in cui questa gente dovrebbe confrontarsi con la realtà di guadagnarsi la propria indipendenza, sempre che si voglia che queste persone diventino adulti responsabili?

È inutile specificare che ho lanciato una provocazione un po’ troppo generalista, facendo anche io di tanta erba un fascio, ma non diversamente da chi raggruppa sotto “ricerca di un nuovo senso della vita” il 25% degli esodi dal posto di lavoro di cui sopra…la maggior parte di queste persone non sta andando a meditare in un ashram indiano o in un monastero tibetano per liberarsi dall’ego; piuttosto, sta cercando un lavoro che richieda meno impegno quotidiano oppure una maggiore retribuzione a parità di impegno, come scrivono candidamente gli autori dei due pezzi sopra; come già scritto, sospendo il giudizio sulle persone nella prima categoria, perché dovrebbe essere valutato caso per caso il significato dell’affermazione, mentre se alla gente che fa parte del secondo gruppo fosse stata applicata questa etichetta, mi verrebbe francamente da sorridere amaramente.

Ricordo distintamente quando ero bambino e, durante le stagioni estive, apprendista io stesso di questo o di quel nostro dipendente (sì, oggi sono l’amministratore delegato di Dentoni, ma ho lavorato per anni sotto la guida di nostri dipendenti e ne vado fierissimo), il bar era gremito di ragazzi e ragazze di una manciata di anni più grandi di me che, in breve tempo e sotto la guida dei collaboratori più esperti, imparavano le basi delle mansioni di commesso o di barista e affrontavano quindi una lunga e durissima stagione estiva -allora non esisteva neppure il giorno libero- senza che nessuno si preoccupasse che se ne sarebbero andati per un rimprovero da parte del collega più anziano o per aver affrontato un giorno di lavoro più duro, come ancora oggi succede sistematicamente da noi nei fine settimana estivi e nella maggior parte del mese di Agosto. Molti di loro si sono in seguito laureati, altri hanno intrapreso la carriera militare, altri ancora si sono specializzati nel settore della ristorazione: nessuno di loro che ne sia mai uscito traumatizzato, in ogni caso. Anzi, c’erano un cameratismo e, a tratti, una goliardia ben diversi da quanto oggi è all’ordine del giorno quando, con un sorriso amaro, devo sempre più spesso dare il benservito a persone in prova o che hanno solo sostenuto un colloquio, per le ragioni più varie ed esilaranti…
“Mio padre non è d’accordo che rientri a casa alle 2 di notte”; eppure le birrerie e i locali da ballo sono pieni di ragazzi della sua età, ovviamente maggiorenni, fino a quell’ora e oltre, ma ok….
“L’orario intermedio (metà mattina-tardo pomeriggio) non posso farlo, mi ruba tutta la giornata”; in realtà il soggetto guadagnerebbe 1100€ al mese netti (più contributi previdenziali) già alla prima esperienza di lavoro e con tanto di giorno libero a Luglio, nonché giorno di lavoro settimanale extra pagato a parte ad Agosto, potendo ovviamente svegliarsi con calma e uscire la sera per tutta l’estate. Alla faccia del furto, ma ok…
“Ma non posso mai essere libero di sabato o di domenica?”; questa non la commento nemmeno, ma mi è stato chiesto davvero…

E ci sarebbe ancora un’infinità di variazioni sul tema, fra le quali le più divertenti (o deprimenti) vengono dagli pseudo-“ometti” che si dicono entusiasti delle mie proposte nel colloquio iniziale, per poi ritrattare via Whatsapp il giorno prima della prova…evidentemente l’influenza della famiglia non va nella direzione di incoraggiare un giovane uomo ad imparare un lavoro e a guadagnare qualcosa con il proprio sacrificio. Evidentemente non ci rendiamo conto di quanta comprensione e rispetto dell’altro comporti l’aver sperimentato, almeno una volta nella propria vita, per lo spazio di una o di qualche estate, un lavoro manuale, anche quando si finisce per fare gli impiegati d’ufficio, gli insegnanti, i liberi professionisti e quant’altro. È in questa linea che si inserisce la già menzionata, costante crescita della percentuale di stranieri, quasi al 100% extra-comunitari, nella nostra come in altre forze lavoro operaie.
Sto parlando, ovviamente, di considerazioni collettive che poco importano al genitore contemporaneo medio, focalizzato esclusivamente sulla protezione dei propri figli, ma questa è, in fondo, l’essenza del dramma che fatalisticamente e impropriamente -nel caso sociale- chiamiamo “destino”: scelte individuali sempre più simili orientate al vantaggio immediato del singolo, che finiscono per stritolare i valori della collettività nel medio-lungo termine…a tutto discapito della coesione sociale, che si fonda sul rispetto e la comprensione del prossimo, che non si acquisisce per grazia ricevuta sui banchi di scuola, checché se ne dica.
Non c’è trucco e non c’è inganno, perché sono film già andati in onda altrove: abbiamo imboccato la strada già percorsa dalla società anglosassone “bene”, in particolare dell’area di Londra, dove, nella ristorazione e nei lavori manuali in generale, i giovani inglesi della borghesia media e medio-alta non si trovano quasi nemmeno a pagarli oro: non per niente la divisione di fatto della loro società in classi ben distinte è un fatto accettato da tempo.

Ora che ho dato voce alla mia esperienza e alla mia prospettiva per il futuro, mi resta solo da chiarire il mio punto di vista complessivo: concordo francamente che il modello occidentale della cultura ossessiva del lavoro non sia sano. Di questo molte aziende, soprattutto nei settori più interessati dallo smart working durante la pandemia, sono state costrette a rendersi conto e stanno prendendo provvedimenti in tal senso, fra cui la sperimentazione della settimana di quattro giorni lavorativi.
Personalmente, credo che la cura di lungo periodo della malattia passi dal ridimensionamento di quelli che David Graeber, sociologo anarchico britannico del secolo scorso, chiamava bullshit jobs, ossia quell’insieme di professioni che non aggiungono nulla di utile alla società, ma comunque tengono occupate centinaia di migliaia di persone…la tecnologia potrebbe permettere a tutti di lavorare meno e meglio, ma in realtà abbiamo inventato un sacco di mansioni e professioni che apparentemente hanno il solo scopo di tenerci impegnati. In questo sia data a ragione di chi non sopporta più la camicia di forza di tanti lavori monotoni e inutili presenti nella nostra società.

D’altro canto, la piega presa dai millennials, ossia le persone nate dal 2000 in poi, non è affatto il rimedio a questa situazione, ma è anzi molto peggio del male. Il mix fra la convivenza con genitori iperprotettivi, ossessionati dal miraggio dei lavori white collar (di tipo non manuale, non da operaio), troppo spesso dato per scontato, porta i giovanissimi a rifiutare sempre più spesso delle prime occupazioni che sarebbero molto formative, peraltro in ambiti come la ristorazione, in cui si produce qualcosa di reale per il consumatore finale e si sperimenta il lavoro sia dal punto di vista fisico che da quello dello spirito di gruppo, esperienze che costituiscono un bagaglio non secondario nella vita, anche quando e se si finisce per svolgere una professione completamente diversa e più consona alle nostre tendenze.

La domanda che viene troppo facile è, naturalmente: possiamo opporci a questa deriva?
Il singolo non può chiaramente fare nulla, né tantomeno io scrivo questo blog per fare propaganda della mia visione, ma semplicemente per essere testimone di quanto vedo in atto, inquadrandolo secondo la mia prospettiva. Spero solo che almeno una o due persone, leggendo queste riflessioni, siano invogliate a riflettere analogamente, magari sconfessando costruttivamente quello che io scrivo.

Infine, questo non è certamente un blog di storia o di geopolitica, ma è un dato di fatto che il declino delle società che costituiscono il faro di tutti i grandi imperi del passato si verifichi simultaneamente con la disaffezione verso la produttività e il sacrificio della loro classe dirigente, oltre che con l’accumulo eccessivo di debito da parte della potenza dominante. Noi in Europa non siamo certamente i leader dell’impero che guida il mondo, ne siamo solo i principali vassalli, oltre che la loro testa di ponte principale in Eurasia. La globalizzazione ha condotto sia noi sia gli USA a un drastico ridimensionamento della nostra classe operaia e dei valori che essa incarnava, avendo noi delegato la maggioranza delle attività produttive a paesi in via di sviluppo, per risparmiare sul costo della manodopera. Questo è ciò che vediamo riflesso nell’atteggiamento dei giovanissimi, purtroppo incoraggiato dalle famiglie, che alimentano un circolo vizioso di perdita della cultura della produttività. Di tutto ciò il fenomeno del Covid-19 ha solo costituito un catalizzatore, causandone un’accelerazione preoccupante, per chi può osservarlo dalla posizione in cui si trovano le persone come noi.
In occidente questa tendenza è coincisa, pur non essendone la sola causa, con l’accumulo di un debito mostruoso, se rapportato al PIL e paragonato a paesi da cui dipendiamo per beni primari come i fertilizzanti agricoli, il gas, il grano…e dei quali non faccio i loro nomi precisi, in questi tempi di stupida ostilità sanzionatoria e autolesionista.
Infine, anche quest’ultimo fenomeno del riarmo dei nostri eserciti, oltre che del debito e della perdita del culto della produttività e del risparmio, sono tutti indici di un declino che solo decisioni molto difficili e controverse a livello politico potranno, forse, far ritardare al di là dell’orizzonte temporale delle nostre vite, ammesso che sia rimasto qualcuno in grado di capire che le logiche da guerra fredda prima e da unipolarismo poi, caratterizzanti del XX secolo, non dovrebbero già più appartenerci.

Chiedo infine in chiusura: stiamo davvero cercando “un nuovo senso della vita” o stiamo sfuggendo dal guardare in faccia la nostra stessa decadenza in quanto civiltà ?

Mirko Serino e Franz Panarese

P.S. se qualche sparuto lettore di questo articolo fosse interessato a smentire le tesi dello stesso, può cliccare qui

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