L’intuizione di un antropologo britannico
Questo è un articolo che parla della percezione di sé stessi.
Nel redigere queste riflessioni, sono stato influenzato da un libro straordinario, divertente ma estremamente serio, scritto da un antropologo britannico scomparso: Bullshit Jobs di David Graeber. Il libro affronta il problema moderno dei lavori che, in realtà, sono inutili o addirittura dannosi per la società ma che, allo stesso tempo, sono ben retribuiti e offrono al lavoratore un certo prestigio sociale. Non dirò molto di più al riguardo, poiché è una lettura tanto istruttiva quanto divertente, e l’articolo originale (che si può leggere in poco tempo con un traduttore installato sul browser e che ha poi dato vita al libro) potrebbe esserne un’ottima introduzione, essendo più breve.
Mi limiterò a tratteggiare la distinzione fra i vari tipi di lavoro delineati da Graeber:
- I lavori “normali”, “seri” di cui si può facilmente individuare il contributo al bene comune. La prima categoria comprende quelli che di solito danno soddisfazione a chi li svolge: idraulici, elettricisti, insegnanti… la lista è, fortunatamente, abbastanza lunga.
- I lavori il cui contributo al bene sociale è altrettanto chiaro, ma che Graeber definisce “shit jobs” (lavori di merda) perché di solito comportano condizioni di lavoro dure, bassa retribuzione e basso status sociale. In generale, chi svolge questi lavori non si dichiara soddisfatto del proprio impiego, anche se certamente reca beneficio ad altri: addetti alle pulizie, alcuni impiegati, la maggior parte dei camerieri, molti lavoratori nel settore dell’ospitalità.
- I lavori che in realtà non sono nemmeno lavori a tutti gli effetti, per i quali a volte non si è neppure pagati, almeno non con un regolare stipendio. Un esempio tutt’altro che ironico sono i sicari della mafia. Producono un danno alla società, ma, poiché non si possono considerare veri e propri lavori e chi li esercita non prova le stesse sensazioni di chi rientra nella quarta categoria, sfuggono all’etichetta di “bullshit”.
- I “bullshit jobs” (lavori del cavolo) propriamente detti, ovvero quei lavori ben retribuiti che non apportano alcun beneficio – o perfino arrecano danno – alla società; e, nonostante la possibilità di far carriera, la persona che li svolge è segretamente assillata dal senso di non contribuire a nulla di utile e di essere, in sostanza, un impostore.
Graeber ha condotto un’indagine basata su sondaggi che gli ha permesso di identificare 5 categorie di questi lavori. Senza entrare nei dettagli, esempi di tali professioni sono: avvocati d’affari, consulenti aziendali, diversi professionisti delle risorse umane, “supervisori” aziendali il cui compito è controllare dipendenti che in realtà farebbero bene il proprio lavoro anche senza supervisione, varie figure nel settore dei servizi finanziari… e così via.
Conosco e ho incontrato molte persone che hanno sofferto o soffrono di “sindrome dell’impostore”, ma per un motivo diverso. L’accademia, specialmente nei dipartimenti di alto livello, ne è piena. La sindrome dell’impostore è la sensazione che il posto in cui si studia o si lavora sia troppo al di sopra del proprio valore personale – o meglio, di quello che si percepisce come il proprio valore.
Io non ho mai frequentato università di élite (con tutto il rispetto per la mia Alma Mater), e questo mi ha permesso di spingermi oltre i miei limiti con più sicurezza, dato che all’inizio ero così titubante all’idea di studiare fisica che la pressione di un dipartimento prestigioso, pieno di studenti straordinariamente brillanti e competitivi, mi avrebbe facilmente sopraffatto.
Quando ero dottorando e, in seguito, ricercatore postdoc, talvolta ho sperimentato una sorta di “sindrome del bullshit job”, specialmente quando i lavori su cui ero costretto a concentrarmi mi parevano privi di senso; per il resto del tempo, invece, ero entusiasta del mio lavoro. Poiché quasi ogni lavoro comporta interazioni con le scadenze e le priorità altrui, quasi ogni lavoro include compiti che mettono alla prova la nostra resistenza interiore. Graeber riconosce questo aspetto, poiché fa parte della vita. Ma un lavoro è definito “bullshit” se non produce mai nulla di prezioso per la società. Dunque non posso dire di aver mai saputo davvero che cosa significhi svolgere un “bullshit job”.
Tuttavia, per quanto possa sembrare paradossale, ho sperimentato molto più di frequente alti e bassi della sindrome dell’impostore nella mia situazione attuale, rispetto al passato in accademia. Possiedo una quota di un’azienda di cui gestisco un settore e in cui sono cresciuto lavorando sodo, che vende prodotti reali: caffè, torte, gelati, cibo salato e simili; quindi fornisco alla società qualcosa per cui esiste una domanda concreta. Ne sono ben consapevole.
Non dico di sentirmi un impostore perché occupo un ruolo che non mi spetta. La mia è, per così dire, una percezione di “secondo ordine”, una sfumatura più sottile. Potrei definirla una “pseudo-sindrome dell’impostore”. Sono riuscito a identificare tre fattori che contribuiscono a questa sensazione:
- Il fatto di aver ereditato una quota di un’azienda che non ho reso io stesso profittevole: lo era già prima che dessi il mio contributo.
- La distribuzione del carico di lavoro tra i diversi ruoli e nel corso dell’anno nella nostra azienda.
- Lo spettro di risultati possibili in un percorso di vita imprenditoriale, di cui sono acutamente conscio.
Non sono riuscito ad associare questo mio sentimento a nessuna delle categorie di lavori elencate da Graeber. Da qui nasce questo saggio.
E, nel caso qualcuno si chiedesse quale sia il senso dell’immagine all’inizio di questa pagina: riguarda il modello mentale che sto per illustrare. In quell’immagine, io sono il tizio nell’ultimo ritratto a destra. Sto per spiegare la mia “visione metaforica” dei vari strati lavorativi della mia azienda.
Vi prego di seguirmi.
Modello Mentale di partenza: Contadini, Cacciatori, Ricercatori
Esiste un triplice modo in cui ho imparato a classificare i ruoli delle persone all’interno della nostra azienda. Abbiamo tre macro-categorie di collaboratori: chi lavora nel laboratorio di pasticceria o gelateria, chi serve i clienti e chi si occupa della strategia aziendale e, in generale, delle decisioni importanti. Mi riferirò a queste tre categorie, per analogia con le società tradizionali, tramite le categorie di “contadini”, “cacciatori” e “ricercatori”. Nella prima categoria rientra anche la nostra segretaria.
Perché li vedo così? Ecco le mie analogie:
- Contadini
I contadini hanno orari di lavoro piuttosto regolari. Quando si alzano al mattino, o non vanno affatto nei campi a causa del meteo o della stagione, oppure, se ci vanno, sanno esattamente che cosa fare in ogni momento della giornata. Coltivare la terra richiede un lavoro fisico faticoso, per il quale nutro il massimo rispetto. In sostanza, la loro giornata si svolge in modo lineare, al fine di completare una lista di compiti ben precisi.
Quale risultato psicologico ne consegue? Se ne vanno ogni giorno dal luogo di lavoro con un senso di realizzazione molto concreto. Non si può “seminare a metà” o “arare a metà”: o lo fai o non lo fai.
Penso che i ragazzi del nostro laboratorio di pasticceria, del nostro laboratorio di gelateria e la mia segretaria ricoprano un ruolo paragonabile, a livello di programmazione lavorativa, a quello di un contadino: quando arrivano, sanno esattamente che cosa devono produrre. Sì, sono diretti da noi proprietari, ma quasi nessun momento della loro giornata sembra andare sprecato.
Considerando la soddisfazione sul lavoro, se chiedete loro che cosa hanno fatto a fine giornata, risponderanno in modo immediato e concreto, e il loro senso di realizzazione sarà costantemente elevato, sia alla fine della singola giornata lavorativa, sia alla fine dell’anno. Inoltre, è difficile rovinare tutto in maniera irreparabile: hai dimenticato di aggiungere il sale in qualche decina di chili di impasto? Di certo è una buona ragione per beccarsi una bella sgridata dal capo, ma nessuno è mai stato licenziato per un simile errore, e in fin dei conti la vita va avanti come prima. - Cacciatori
I “cacciatori” (¹) hanno orari di lavoro molto più irregolari, in termini di intensità. Possono anche uscire ogni giorno sul territorio, ma difficilmente possono decidere in anticipo quando incontreranno la preda che renderà proficua l’attesa dei giorni precedenti. Se chiedete a un cacciatore com’è andata la sua giornata di lavoro, è molto più improbabile che vi risponda in modo regolare come farebbe un contadino. La maggior parte delle giornate, un cacciatore non ottiene nulla o quasi. Dunque, se misurata in termini di risultati quotidiani, la sua soddisfazione professionale è molto più altalenante rispetto a quella di un contadino.
Penso ai nostri addetti alle vendite più o meno nello stesso modo in cui penso ai cacciatori. La distribuzione del carico di lavoro di vendita è, nella nostra azienda, molto disomogenea su tre diverse scale temporali: nell’arco dell’anno, nell’arco della settimana e, al di fuori dei mesi estivi, a seconda del meteo.
Nel corso dell’anno, l’80% degli incassi si concentra tra giugno e settembre; nell’arco di una settimana estiva, fino al 50% delle vendite avviene nei fine settimana, mentre in inverno si arriva a concentrare fino all’80% delle vendite nel weekend; infine, a eccezione dei mesi estivi, il carico di lavoro delle vendite è fortemente influenzato dalle condizioni atmosferiche, perché il nostro locale si trova in un paese che di fatto non ha abitanti stabili: in buona sostanza, con il bel tempo la gente viene al mare, con il brutto tempo se ne sta alla larga, quindi la maggior parte delle vendite avviene con il bel tempo.
Ecco perché continuiamo a sentire, e ancora sentiremo, alcuni clienti che, trovandoci in un momento di calma totale, dicono di non aver mai visto “Dentoni così vuoto”. È una conseguenza naturale del fatto che la maggior parte dei clienti si concentra tutta negli stessi momenti.
Non sono così ingenuo da credere che alle persone non piaccia essere pagate anche quando c’è poco da fare, ma so che alcuni dei nostri baristi e commessi apprezzano, più di altri, la sensazione di appagamento che si prova a fine di una giornata lavorativa intensa. Dunque, se si chiede loro che cosa hanno fatto e quanto siano soddisfatti del loro lavoro a fine di una soleggiata domenica di aprile rispetto a una nuvolosa e piovosa giornata infrasettimanale di novembre, le risposte possono differire molto e il livello di soddisfazione riportato varierà di conseguenza.
Tuttavia, se a dicembre si chiede loro se sentono di aver avuto un anno produttivo, la risposta sarà un convinto e sonoro “sì!”. Che si parli di cacciatori primitivi o dei miei ragazzi in prima linea, il fatto di essere, rispettivamente, ancora vivi e ancora assunti (facendo gli opportuni scongiuri) significa che hanno ottenuto abbastanza di ciò per cui la loro professione li tiene in attesa per lunghi periodi.
Considerando la soddisfazione sul lavoro, la soddisfazione professionale è sempre effettiva e misurabile come per i “contadini”. Tuttavia, per trovarla con regolarità, bisogna valutarla su una scala temporale più lunga; la scala giornaliera, che funziona per pasticceri e segretarie, non ha più senso. È inquinata dal rumore di una distribuzione di carico di lavoro irregolare.
Inoltre, anche qui è difficile arrecare gravi danni con il proprio lavoro. Hai rotto un bicchiere o tutti i bicchieri che portavi su un vassoio? La vita prosegue come per l’apprendista pasticcere che ha dimenticato il sale nell’impasto, descritto nel paragrafo precedente. - Ricercatori
Infine, i “ricercatori” rappresentano la categoria più nebulosa in questa mia analogia. Il semplice fatto che si stia cercando qualcosa da trovare equivale ad ammettere che la propria professione è difficile da racchiudere nei confini delle usuali metriche di produttività.
Nella nostra azienda ci sono davvero pochi ricercatori, per usare un eufemismo. In realtà, ci sono solo io che lo faccio quasi a tempo pieno, con i miei soci che segnalano problemi e suggeriscono migliorie. Certo, i pasticceri propongono idee per nuovi prodotti, ma non si tratta di “ricerca imprenditoriale”. La loro è, per così dire, una “micro-ricerca”, orientata al prodotto. Io mi riferisco qui alla “macro-ricerca”, ossia al cercare modi migliori per riorganizzare e ottimizzare quanto già facciamo e valutare la possibilità di sviluppare nuove intere linee di produzione e vendita.
Sottolineo con enfasi “quasi a tempo pieno”, perché servire i clienti insieme ai nostri ragazzi per lunghe ore, di tanto in tanto, mi aiuta molto a restare mentalmente sano e a mantenere un contatto costante con le basi concrete della nostra azienda, specie considerando le incertezze legate ai compiti amministrativi, burocratici e finanziari, quando sono i propri soldi a essere coinvolti.
Ma in che senso sarei ancora un ricercatore, dopo aver lasciato il mondo accademico? Diciamo che l’argomento della mia ricerca è passato dalla fisica a qualcosa di simile alla gestione del rischio: quale ditta incaricare per un dato compito, come digitalizzare i processi, come assicurarci di essere sufficientemente protetti dal rischio di un blackout del fornitore di servizi Internet, come implementare i protocolli igienico-sanitari richiesti dalle autorità, come riorganizzare la struttura aziendale per ottimizzare la pressione fiscale, come strutturare il sistema di incentivi implicito nei piani di benefit per i lavoratori fissi e stagionali. E così via… Cito questi compiti in ordine casuale.
Molti di questi obiettivi sono stati già raggiunti negli ultimi sei anni, altri no, altri ancora sono in corso di sviluppo. Tuttavia, a differenza dei lavori delle persone menzionate finora, ci sono alcuni tratti centrali che caratterizzano tutti questi compiti e che distinguono il mio ruolo, come quello di qualunque imprenditore, dalle due categorie precedenti.
Primo: dal momento che lo scopo è una qualche tipo di miglioramento, occorre essere propositivi nel cercare il modo di realizzarlo, perché i miglioramenti non verranno certo a cercare te. Questo è relativamente facile se sei motivato da un autentico desiderio di lasciare il tuo segno sulla performance della tua azienda… il che è chiaramente legato al primo fattore che contribuisce alla mia pseudo-sindrome dell’impostore: ereditare qualcosa che funziona già bene e non hai costruito tu stesso ti spinge a volerlo migliorare, almeno un po’. Se non riesci a farlo, la percezione del tuo valore personale potrebbe diminuire di molto, come avviene nel mio caso.
Secondo: i miglioramenti sostanziali richiedono lunghi periodi di preparazione. Bisogna contattare i fornitori, incontrarli, metterli a confronto, capirli. Devi negoziare i costi e i tempi. Ma la parte peggiore è che molti di questi contractors sono lì per trarre profitto da te, punto e basta. Alcuni di loro sono lì per trarre profitto con te, offrendoti un aiuto concreto, ma vanno scovati, principalmente tramite tentativi ed errori. Perciò i risultati richiedono molto tempo per concretizzarsi, se mai si concretizzeranno… questo è collegato al secondo fattore che contribuisce alla pseudo-sindrome dell’impostore: sei un impostore finché non lo sei più, cioè finché il giocare con le idee non produce qualcosa di concreto.
Come ho scherzosamente discusso con un’intelligenza artificiale altrove, gli esseri umani desiderano il significato più di ogni altra cosa. Dal momento che anche io faccio parte di questa confraternita di “drogati di senso” ma, allo stesso tempo, appartengo al gruppo di coloro la cui soddisfazione lavorativa arriva tramite scossoni improvvisi, finisco per restare in uno stato quasi permanente di “astinenza”. Voglio vedere il significato e il bene che il mio lavoro produce, ma spesso tutto ciò arriva in modo frammentario e tardivo. Ecco perché prima dicevo che servire i clienti mi dà sollievo dall’incertezza dei risultati che questo ruolo comporta: di tanto in tanto, attingo dalla “sorgente di significato” che per altri è invece costantemente disponibile.
Terzo: i miglioramenti richiedono che chi li persegue spenda dei soldi; tali spese sono sottratte ai profitti, che diventerebbero denaro per la mia famiglia se quel miglioramento non venisse ricercato affatto. Quindi si rinuncia a una sicurezza a breve termine per mirare a un obiettivo a lungo termine. C’è una scommessa implicita nel cercare qualcosa che impone di spendere, con il rischio di commettere errori: devi essere parsimonioso e allo stesso tempo ambizioso, cercando di separare il grano dalla pula senza sapere se ciò che da lontano sembra grano avrà anche il sapore del grano; d’altro canto, se non riesci a immaginarne il sapore, è difficile trovare la motivazione per insistere.
E puoi anche commettere errori molto seri, quando spendi denaro. Forse non perderai il lavoro, ma potresti perdere molti soldi e, cosa ancor peggiore, la credibilità. Nonostante le migliori intenzioni e i massimi sforzi per progettare ed eseguire una strategia, le cose possono andare male. E il mondo non ricompensa né punisce i processi decisionali, ma soltanto i risultati. Questa è la mia terza fonte di pseudo-sindrome dell’impostore: non sei un impostore, finché non provochi un danno irreparabile.
In conclusione, dal punto di vista della soddisfazione professionale, essa è estremamente irregolare. Appare all’improvviso come un’oasi in un deserto di incertezza. Solo la spinta interiore a dimostrare a te stesso di essere in grado di attraversare il deserto può sostenerti.
Lavori altalena
Nel senso specifico della scarsità temporale delle ricompense, ci si può sentire pseudo-impostori: non si fa nulla di buono finché non si dimostra il contrario.
Nel senso specifico della gestione dell’immagine sociale di sé, non mi sento affatto spinto a dimostrare di non essere un impostore. È una battaglia che non si può vincere. Ci sarà sempre una decisione che potrà andare male. Io lotto per restare, scelta dopo scelta, uno pseudo-impostore: un impostore potenziale che non commette mai il danno che lo renderà tale.
Riconosco che questo modo di essere è legato al carattere individuale e non è necessariamente un tratto desiderabile. Essere costantemente molto motivati e molto severi con se stessi porta a trascurare il bene fatto e a sopravvalutare l’impatto di un potenziale insuccesso. Ci sono persone che, invece, sanno crogiolarsi più a lungo nei propri successi passati e sono altrettanto svelte nello scrollarsi di dosso gli insuccessi senza troppi scrupoli.
Gli imprenditori aggressivi in settori come la tecnologia hanno particolarmente bisogno di questo secondo atteggiamento. Io, però, faccio parte di un tipo più paranoico. Oltre a dipendere dalla mia personalità, forse c’entra la mia formazione autoimposta e orientata al rischio; e anche il fatto di gestire un’azienda tradizionale, fisicamente tangibile, il cui obiettivo principale non può essere il profitto ottenuto grazie all’innovazione ma piuttosto il mantenimento di alti standard qualitativi di prodotti e servizi in un periodo di scarsa disponibilità di risorse umane, può aver inciso.
Sono consapevole che ciò implichi vedermi con gli occhi altrui senza alcuna indulgenza. Ma sopportare il peso di non deludere le aspettative degli altri è il fulcro della funzione sociale di un imprenditore. Anche se è necessario placarlo con un po’ di autoconsapevolezza e compassione per sé stessi, rompendo l’incantesimo dell’identificarsi completamente con quel ruolo, questo è pur sempre un altro discorso. Altrettanto importante, ma non lo affronterò qui.
Ad ogni modo, concludo proponendo una sottocategoria di lavori da inserire nell’ambito delineato da Graeber: i “lavori altalena”. Io li penso sono quei lavori in cui si è perseguitati dalla sensazione di inutilità dei lavori del cavolo per la maggior parte del tempo, salvo poi raccogliere, di tanto in tanto, una ricompensa succosa, una specie di sensazione da lavoro concreto e utile moltiplicata per un fattore astronomico.
Pur contribuendo in modo significativo al corretto funzionamento della società, il posto di comando non è sempre facile da sostenere in modo costante.
Saluti.
Mirko Serino





