Ho da poco terminato la lettura dell’Inferno di Dante, la prima delle tre cantiche della Divina Commedia. E sono ora immerso in quella del Purgatorio. Era un proposito che coltivavo da anni, e le spiegazioni limpide di Franco Nembrini, unite alle sontuose illustrazioni di Gabriele Dell’Otto, mi hanno infine spinto a portarlo a termine. Quando si affrontano i classici, la distanza linguistica e le lacune culturali possono mettere alla prova la volontà.
Ne è valsa la pena, minuto per minuto. Quella lettura ha riacceso un desiderio che avevo conosciuto nell’adolescenza, quando incontrai il pensiero di Baruch Spinoza: il desiderio di comprendere l’anima umana e i suoi moti. L’Etica di Spinoza è così risalita ai primi posti della mia lista di (ri-)letture, del resto sempre troppo affollata. Ispirato dall’inarrivabile raffigurazione dantesca del peccato, è riaffiorata in me la voglia di meditare sul problema del libero arbitrio — la cui esistenza Spinoza nega, mentre il cristianesimo la assume come fondamento del peccato, della dannazione e della redenzione.
Nel decimo canto dell’Inferno, Dante e Virgilio incontrano Farinata degli Uberti, nobile fiorentino appartenente alla fazione politica opposta a quella di Dante. Farinata è il primo dei dannati a profetizzare il futuro del poeta.
Sorge allora una domanda inevitabile: che cosa pensava davvero Dante del libero arbitrio, se il futuro può essere previsto, sia pure da un’anima già passata nell’oltretomba? Quali scelte ci appartengono davvero e in quale misura, invece, siamo soggetti alla volontà del destino?
Il fuoco del sapere
L’incontro con Farinata offre una delle immagini più potenti del limite umano. I dannati vedono ciò che accadrà, ma sono ciechi a ciò che accade. Possiedono una conoscenza profetica, ma senza vita; contemplano il destino come spettatori incapaci di agire. È un’ironia terribile: l’intelletto che aveva reso Farinata superbo diventa la sua prigione. Può prevedere, ma non sentire. La ragione, separata dall’umiltà, si pietrifica. Perché il peccato di base di qualunque dannato è sempre lo stesso: l’orgoglio, la credenza di bastare a sé stessi.
Nell’universo morale di Dante, questa cecità verso il presente è parte della giustizia. L’anima rimane libera in vita, ma la sua libertà, una volta abusata, si irrigidisce in forma. L’inferno non è una gabbia imposta da Dio, ma la forma eterna della propria volontà.
La prescienza divina, dunque, non annulla la libertà, secondo Dante: è pur vero che Dio vede il tutto, ma ogni filo è tessuto dalla mano umana. Il disegno è noto, ma la trama rimane nostra.
La sfida di Spinoza
Spinoza, invece, avrebbe negato tutto ciò. Nell’Etica, il suo capolavoro assoluto, scrive che il libero arbitrio è un’illusione, figlia dell’ignoranza: «Gli uomini si credono liberi perché sono consapevoli delle proprie azioni, ma ignorano le cause che le determinano.» Ogni atto è, per lui, l’effetto necessario di una catena infinita di cause che risalgono fino alla stessa natura di Dio o della Sostanza. Il senso di scelta nasce solo dalla limitatezza della nostra coscienza.
Eppure il suo determinismo non è disperato. Comprendere la necessità è, per Spinoza, la forma più alta di libertà. Quando vediamo che tutto scaturisce dall’ordine divino, le passioni perdono potere. Non siamo interiormente liberi dalla causalità, ma nella sua comprensione. La libertà è lucidità: la serenità di chi comprende perché le cose devono essere come sono.
Se Dante parte dal presupposto cristiano della fondamentale libertà umana, egli non nega che vada conquistata o preservata a caro prezzo: non per nulla la barca di Caronte, che trasporta i dannati all’inferno, è molto pesante, in confronto a quella, guidata da un angelo, che accompagna le anime destinate al purgatorio fino alla riva antistante la montagna; conclude, però, che la stragrande maggioranza degli uomini resta schiava dell’amore deviato, che degenera in peccato e che condanna l’uomo alla dannazione oppure, nei casi più fortunati (ad esclusione dei beati) ad una lunga redenzione ultramondana. L’uomo, pur dotato di una scintilla divina di libertà, ne fa -nella grande maggioranza dei casi- un uso sbagliato.
Spinoza non nega l’eccezionalità della virtù. La frase con cui si conclude l’Etica è “Ma tutte le cose grandi sono tanto difficili quanto rare.” (Sed omnia praeclara tam difficilia quam rara sunt.) Ma Spinoza, al contrario di Dante, pone come presupposto fondamentale di tutta la sua filosofia e visione del mondo una concatenazione logica di cause ed effetti (che a loro volta diventano nuove cause di altri effetti…ad infinitum) alla quale né il corpo dell’uomo né la sua mente sono estranei. E, tuttavia, anche egli ammette l’esistenza di una forma di libertà a cui l’uomo possa ambire. La libertà dalle passioni, dalla schiavitù del continuo desiderare, che impedisce all’essere umano di riposare in quello che Spinoza chiama l’amore di Dio.
Per quanto Spinoza approdi ad un forma di pensiero che è difficile non chiamare mistico, soprattutto nella quinta ed ultima parte della sua Etica, l’amore di Dio, come egli lo intende, è tutt’altro che lo stato di un uomo imbambolato da una lezione di catechismo di troppo. L’amore di Dio è la comprensione ultima, penetrata fin nell’angolo più recondito dell’animo, della necessità di tutte le cose di essere esattamente come sono. In maniera non dissimile dall’esperienza che Dante racconta nell’ultimo canto del Paradiso, in cui riferisce la sua visione di Dio.
Tra due luci
Affiancati superficialmente, Dante e Spinoza sembrano opposti: l’uno fonda la libertà sulla scelta morale, l’altro la dissolve nella geometria dell’essere. Eppure entrambi intuivano che la vera libertà nasce dalla conoscenza e dall’accettazione della realtà per quello che è, senza niente di più e senza nulla di meno.
Per Dante, conoscere significa purificare la volontà fino a desiderare il bene. Per Spinoza, significa purificare la mente fino a comprenderne la necessità. Da ciò segue l’unica volontà umana che possa davvero definirsi libera. In entrambi i casi, la libertà non è licenza, ma armonia.
In un mondo ossessionato dalla scelta — più possibilità, più controllo, più rumore — questa idea suona sorprendentemente moderna. Possiamo scegliere all’infinito, e sentirci sempre meno liberi. La libertà non è quantità di opzioni, ma qualità dello sguardo.
La scienza sembra dare ragione a Spinoza: il cervello decide prima che la coscienza se ne accorga; gli impulsi e i condizionamenti sociali ci plasmano più di quanto immaginiamo. Eppure nessuna scoperta ha cancellato l’esperienza vissuta della libertà.
Forse la libertà non è potere di riscrivere la natura, ma di interpretarla: agire con consapevolezza, trasformare l’impulso in intenzione, incontrare la necessità con grazia. In questo senso, la teologia di Dante e la filosofia di Spinoza si completano: l’una ci invita a scegliere il bene, l’altra a comprenderlo come necessario.
Entrambe ci conducono alla coscienza, che resta la forma più alta di libertà.
Farinata poteva prevedere l’esilio di Dante ma non mutare la propria sorte. La sua tragedia non fu l’ignoranza, ma l’orgoglio. La conoscenza senza umiltà diventa prigione.
Forse la vera libertà consiste non nel dominare il destino, ma nel consentirvi; non nel piegare il mondo al nostro volere, ma nell’accordare la volontà a ciò che è.
Quando Dante risale dalle tenebre dell’inferno al monte del purgatorio, l’anima rieduca la volontà attraverso la fatica e l’amore. Il castigo diventa ascesa. In cima al Paradiso, libertà e gioia coincidono. I beati non scelgono più tra bene e male: amano il bene con naturalezza. La loro volontà e quella di Dio sono una cosa sola. La libertà, infine, è armonia: non ribellione alla necessità, ma accordo perfetto con essa.
La natura negativa della volontà libera
Quest’ultima parte sarà di proposito altamente filosofica e contemplativa, ma basata su premesse di esperienze vissute in prima persona, attraverso una pratica ormai quotidiana.
Lo stato di desiderio è la caratteristica quasi costante della mente umana. Siamo immancabilmente alla ricerca di qualcosa: obiettivi, piccoli o grandi piaceri, relazioni, vittorie, sollievi da torture mentali varie. Sempre, durante lo stato di veglia.
Eppure le narrazioni delle esperienze mistiche, narrate nella letteratura di tutti i secoli da quando la scrittura esiste, immancabilmente riferiscono che lo stato di pace si raggiunge in alcuni momenti in cui, all’improvviso, l’anima pare bastare a sé stessa e si vede, forse per un attimo forse per una manciata di attimi, così com’è, senza pensare di voler essere altro.
Non è mia invenzione che esistano, in tutte le culture del mondo, tradizioni che hanno fatto della ricerca e del prolungamento di questi stati di coscienza lo scopo primario della loro esistenza. Sotto una coltre di contraddizioni e di tante storie di devianze di desideri dichiaratamente spirituali poi degenerati, scorre lungo il flusso della storia, dalla notte dei tempi, la corrente delle tradizioni esoteriche, che hanno accompagnato l’uomo nella ricerca degli stati più alti di coscienza.
La farò breve. Per seguire i principi di base della disciplina spirituale, perlomeno per giungere allo stadio in cui si contempla la follia della propria mente, nel suo continuo dimenarsi in un turbine incessante di desideri, non è necessario andare da nessuna parte. Personalmente, lo faccio da tempo tramite un’app studiata per favorire l’introspezione meditativa. Si chiama Waking Up ed è stata creata dal neuroscienziato americano Sam Harris. Non inserisco nessun link, perché chi desiderasse può cercarla liberamente, né mi metto a discutere dei meriti o della personalità pubblica di Harris, perché sono interessato solo al prodotto che ha creato e che uso per la ricerca di un mio personale beneficio, che in nessun modo è economico.
Waking Up è una collezione di percorsi meditativi e teorici a carattere spirituale, fra i quali l’utente può scegliere quelli che meglio sente adattarsi al proprio modo di essere e che sono pensati per consentire, purché perseguiti con una certa costanza, di divenire testimoni più attenti della natura della propria mente. Descrivere con precisione esperienze meditative, fosse anche solo lo sforzo, a chi non è abituato ad intrattenerle, è come spiegare l’essere innamorati ad una persona che non sia mai stata infatuata di nessuno: o lo si è o non lo si è, non esiste il quasi innamoramento, come non esistono la quasi-meditazione o il quasi-essere incinta.
Senza soffermarsi sullo stupore che queste esperienze generano, è possibile descrivere ciò che di più mondano si constata durante la pratica: fermare la mente è peggio che semplicemente difficile. E’ praticamente impossibile, soprattuto per un principiante. Fermare la mente è come cercare di fermare un fiume in piena entrandoci dentro. Lo scopo delle pratiche non è di fermare la mente in sé, ma di accrescere la sensazione che in noi esista altro oltre al pensiero.
Non saprei dire esattamente che cosa sia quest’altro che si cerca, ma posso dire, sulla base dei barlumi che talora compaiono mentre si è immersi nel fiume, che vale davvero la pena di cercarlo, senza cadere nella tentazione di tentare di spiegarlo. Il tentativo di spiegare è un pensiero, che ci rigetta immediatamente nell’abituale meccanismo di funzionamento della mente, che è esattamente quello che si tenta di rallentare attraverso la pratica, costruendo a poco a poco un’alternativa.
Sebbene nemmeno io tenterò di spiegare cosa sia quest’altro, descriverò in cosa consistano i primi passi per avvicinarsi a dei vaghi suoi barlumi. Il costante richiamo da esercitare sull’attenzione, per riportarla sull’oggetto su cui la si dovrebbe dirigere durante l’esercizio, ha come seconda faccia della medaglia un allentamento del desiderio associato al pensiero che irrompe e che si deve lasciare andare. Perché, come ho già detto, qualunque pensiero è connesso ad una qualche forma di desiderio. Questo fatto non si può argomentare, ma ciascuno può constatarlo indipendentemente.
Ed è precisamente l’allentamento della morsa dei desideri che è la parte più interessante di una pratica meditativa ben strutturata e condotta sufficientemente a lungo. Allentando la morsa dei desideri, delle abituali reazioni meccaniche agli stimoli esteriori, la coscienza di un uomo si rischiara e, forse dopo lungo tempo forse meno,, può giungere a vedere la realtà per quello che realmente è, senza l’interferenza delle distorsioni mentali.
Credo che una delle constatazioni migliori sulla natura del lavoro spirituale mi sia venuta da George Ivanovich Gurdjieff, di cui non commenterò la personalità descritta dalle varie fonti, ma solo questa profonda intuizione: non ci si può liberare da un’influenza senza sottomettersi ad un’altra. Si tratta di una frase rivolta al suo discepolo russo P. D. Ouspensky, nel corso di una discussione sulla natura di ciò che egli definiva il Lavoro, ovvero un modo di vivere la vita che avrebbe dovuto condurre i seguaci della sua scuola, la Quarta Via, a raggiungere il significato ultimo dell’esistenza, la vera realizzazione spirituale. Ho sempre trovato questa affermazione molto più profonda di quanto non appaia alla prima lettura: parliamo sempre di libertà, ma…da cosa?
Se rifletto un momento: esiste una qualche mia azione che non sia determinata da una motivazione che le fa da causa? Ad esempio, se io sono ora qui a scrivere un articolo per questo blog, è perché posso delegare la conduzione del mio locale a qualcun altro, il che mi slega dalle incombenze dell’operatività quotidiana e mi consente di legarmi al desiderio di esprimere i miei pensieri su temi più profondi. Ma seguo comunque un desiderio, quello di esprimermi sul tema del libero arbitrio. Oppure posso nuotare verso l’ora di pranzo, invece di rientrare a casa, perché mia moglie ama cucinare e mi libera dal doverlo fare io, ma perché desidero nuotare: mi slego dal dovere della cucina, che asseconderei perché voglio mangiare, ma mi lego al desiderio dell’attività fisica, del contatto attivo con l’acqua. Cosa esiste, nel mio agire, che non sia frutto di un desiderio che seguo, sia pure uno che mi spinga al sacrificio della disciplina?
La risposta, se ascoltata attentamente, è assordante: niente!
E deve essere stato questo che Spinoza intendeva, quando sosteneva che l’illusione della libertà umana è nel non vedere le cause che spingono l’uomo da agire. L’uomo chiama libertà l’assecondare le cause che conducono alla sua rappresentazione mentale momentaneamente più accreditata del piacere. E la misura più impietosa della sua schiavitù sta nel fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, questa rappresentazione del piacere cambia continuamente, a seconda dell’umore e di Dio sa quale miscuglio di circostanze esterne. E’ in questa estrema variabilità che l’uomo non ha volontà: non possiede una rappresentazione interiore stabile del piacere o, per dirla in maniera cristiana, del bene.
Ciò che la pratica della disciplina spirituale promette al viandante che la ricerca e poi la abbraccia non è la scomparsa del legame con la realtà materiale ed emotiva che lo circonda e lo permea interiormente, che sarebbe un’assurdità ontologica, perché nulla può esistere nel vuoto; la pratica promette solo un rafforzamento progressivo dell’immagine interiore del bene, del piacere ultimo, ossia la serenità, la pace col mondo e con gli altri.
Ciò procede, come per un albero che debba crescere sano, tramite la potatura di ciò che non è necessario, tramite la rimozione, o perlomeno la moderazione, dei desideri inutili o, che è lo stesso, dell’indulgere in pensieri superflui.
Ed è questo che i dannati di Dante, ad esempio Farinata, hanno perduto per sempre: la possibilità di rinunciare a ciò che è superfluo; perché cosa esiste di più superfluo, nella vita, dell’orgoglio, la matrice comune di tutti i peccati puniti all’Inferno? E’ l’indulgere nell’orgoglio intransigente della propria posizione che condanna i dannati all’Inferno, una dimensione in cui le possibilità del presente sono perdute e tutto il futuro è già scritto, come per la musica suonata da un disco rotto. E’ aggrappandosi testardamente a sé stessi, ad una versione del ritornello, che risuona nei secoli dei secoli come “io sono fatto così e basta!”, che l’uomo perde sé stesso irrimediabilmente.
E’ questa perdita di sé stessi che è rappresentata dall’incapacità dei dannati di vedere il presente: il velo fra il dannato ed il presente è il dannato stesso!
Per chi rifiuta di sottomettersi ad un ordine superiore la vita si riduce ad una giostra meccanica che conduce ad un destino di cui non siamo padroni. Perdiamo la possibilità di partecipare attivamente al nostro destino nel momento in cui ci aggrappiamo a quello che Dante chiama peccato, secondo la tradizione cristiana e che noi, in termini più moderni, chiameremmo distrazione, tentazione o nevrosi.
E’ ciò che, nel titolo di questa sezione, ho chiamato “la natura negativa della volontà libera”: non l’assenza di un desiderio che muove, ma la priorità concessa al desiderio dell’armonia, al desiderio della verità, che emerge non dal forzarlo al primo posto, ma dal togliere forza, a poco poco, molto gradualmente, ai desideri superflui.
C’è in noi, infatti, la costante illusione di sapere dove siamo diretti, sebbene la vita ci dimostri costantemente il contrario, a partire da piani non spirituali dell’esistenza.
Ad esempio, a me è abbastanza familiare la storia della scienza, in particolare della fisica, a causa della mia formazione. E chiunque ne sappia qualcosa, sa benissimo quanto imprevedibili siano stati, senza il senno di poi, i progressi che hanno condotto alla fisica moderna. Almeno la metà delle grandi scoperte è stata un fulmine a ciel sereno per gli scienziati che cercavano di risolvere le difficoltà delle teorie fino ad allora esistenti, che li ha costretti a ripensare completamente la loro concezione del mondo. La relatività, che ha distrutto il concetto di etere, è solo uno degli esempi più famosi.
Ma, per qualche ragione, noi ci comportiamo costantemente come gli scienziati che rifiutano la possibilità di qualunque cambio di paradigma. Noi vogliamo costantemente credere all’etere e, quel che è peggio, ciascuno vuole continuare a credere al suo. Siamo certi che la vita debba scorrere come noi crediamo che sia giusto. Eppure, come il progredire delle teorie scientifiche, la vita segue imperterrita il suo corso, lasciando indietro chi non si adegua.
La vera libertà ha il volto di un uomo che cerca di adeguarsi alla verità ed è disponibile a mettere in discussione le proprie convinzioni per questo. Il volto del dannato è quello della rigidità emotiva che non si piega alla verità, perseverando testardamente nel proprio orgoglio.
L’uomo libero non vive in un vuoto di desideri non meglio definito, ma è sottomesso al desiderio di ricerca della verità e, tramite la sua accettazione, della pace col mondo.
La strada del cambiamento è molto semplice da comunicare, ma molto difficile da porre in essere. Sottolineo: semplice, ma difficile.
Primum vivere, deinde philosophari
Ho concluso la precedente sezione enfatizzando una differenza: semplice, ma difficile.
All’uomo, in generale, piace dedicarsi ad altro: ciò che è complicato, ma facile.
Uso “complicato” e “facile” nel senso dei termini che implicano due cose: vanità e pigrizia.
Ciò che suona forbito, intellettualmente difficile e ha attributi simili genera, di regola, l’ammirazione del mondo, che facilmente si lascia ipnotizzare dalla quantità; è facile indulgere all’ammirazione di chi ci vede cimentarci in qualsiasi progetto complicato.
Allo stesso tempo, ciò che è semplice ma profondamente devastante, come l’angoscia della morte o la constatazione della continua schiavitù dai nostri incessanti desideri, induce a distogliere lo sguardo. E’ questo che intendo per “semplice ma difficile”.
Per questo, forse, ho letto tutta la cantica dell’Inferno quando un professore di lingua italiana di liceo, Franco Nembrini, ha preparato un’ edizione con una parafrasi puntuale affiancata al testo originale ed un commento volutamente semplice, alla portata di chiunque abbia la pazienza di dedicarsi a Dante. L’essenziale del messaggio della Commedia, così come di quello dell’Etica, non è nella complessità. Non a caso, sia l’una sia l’altra opera sono scritte in uno stile volutamente costrittivo: terzine in terza rima la prima; assiomi, proposizioni e dimostrazioni per l’altra.
La struttura è estremamente vincolata e, quasi come se fosse fatto apposta, limita la possibilità della mente di divagare in interpretazioni eccessive; perché l’essenziale del messaggio di queste opere sta nella risonanza che la lettura dovrebbe creare nel cuore di chi legge, non nelle divagazioni intellettualistiche.
Trovo che il problema del libero arbitrio, così come quello della natura della coscienza, che gli è così intimamente connesso, sia fra i più affascinanti dell’esistenza. Ma mi piace pensare che si tratti di una di quelle sfide che sono destinate a non essere mai afferrate dall’intelletto, perché l’uomo ha un terribile difetto: tende ad accontentarsi di teorie, laddove la vita esige che determinate esperienze possano solo essere direttamente vissute da chi lo desidera abbastanza da cercarle davvero.
Mirko Serino





