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Sul problema dei prezzi di energia elettrica e gas.

In questi giorni si fa un gran parlare del problema dei prezzi dell’energia elettrica. Il problema è quantomai reale e grave. Ne abbiamo parlato anche con Il Quotidiano di Puglia in un articolo apparso di recente, manifestando le difficoltà nelle quali siamo incappati nell’ultimo anno -per eccessiva fiducia, che non ci esonera da nostre responsabilità- nel nostro ex consulente energetico.

Sorge spontanea la domanda: gli aumenti vertiginosi dell’energia elettrica, che ha sfiorato i 0,60€ per kWh ad Agosto, ossia quasi 10 volte il prezzo di Maggio 2021, sono dettati dalla legge di mercato della domanda e dell’offerta, soggette alla libera concorrenza e, quindi, portati alle stelle dalla riduzione delle forniture di gas dall’a priori “malvagia” Russia, oppure ci sono in gioco dei meccanismi speculativi di natura non conosciuta al grande pubblico?
Per provare a rispondere a questa domanda per noi stessi, ci è parso opportuno effettuare delle ricerche attraverso delle fonti al di fuori delle filastrocche del mainstream, troppo semplicistiche e, al tempo stesso, troppo contraddittorie . Vogliamo qui condividere con voi il sunto comparativo da noi elaborato di tre differenti analisi degli ultimi giorni.
I primi due interventi sono state pubblicati sul sito lavoce.info, ottima sede di approfondimenti economici, e sono firmate rispettivamente da Michele Polo, economista dell’università Bocconi, a proposito del problema del price cap sul gas e da Carlo Andrea Bollino e Lucia Bisconti Parisio, professori a Milano-Bicocca e a Perugia, a proposito dei price cap sull’elettricità.
La terza analisi è di Demostenes Floros, analista geopolitico ed esperto internazionale di questioni energetiche presso l’università Alma Mater di Bologna, intervistato presso CasaDelSole TV da Margherita Furlan, nota allieva del compianto Giulietto Chiesa, a sua volta grandissimo esperto di geopolitica e di Russia, venuto a mancare nel 2020, una fonte di informazione indipendente che ci è cara ormai da più di un anno.

Si tratta di analisti che partono da posizioni differenti: Polo, in particolare, è più allineato con il punto di vista mainstream anti-Russo, dato che parla di legittimità del price cap sul gas al fine di rendere efficaci le sanzioni contro Mosca; più neutrali, almeno limitatamente a quanto espresso nel loro articolo, Bollino e Parisio, mentre Floros è decisamente più opposto alla traiettoria del sistema politico occidentale soggetto alla NATO e, quindi, a guida statunitense, cosa della quale non fa il minimo mistero, essendosi apertamente detto favorevole, anche in altre occasioni, ad una soluzione negoziale del conflitto.

Lo scopo di questo nostro articolo è di comprendere se, indipendentemente da queste differenze di vedute geopolitiche, si possano trovare -anche fra le righe- dei punti in comune nelle analisi di questi economisti dei mercati energetici; punti di vista che, in quanto condivisi da persone competenti che pur partono da premesse ideologiche diverse, possano essere considerati a maggior ragione dei punti fermi per la comprensione dell’orribile congiuntura geopolitica in cui ci troviamo e della quale, forse, se non fosse per le ripercussioni energetiche che soffriamo tramite le bollette, molti di noi non si sarebbero ancora resi conto.

A questo proposito, prima di partire con la nostra analisi, lasciamo qui una gemma per coloro che parlano inglese e vogliano ascoltare il top dell’analisi politologica a livello internazionale: un’intervista molto recente a Noam Chomsky di Lex Fridman dell’MIT.

Di seguito riportiamo dei riassunti dei punti fondamentali dei tre interventi, per poi concludere con le nostre personali considerazioni.

Michele Polo sul limite al prezzo del gas

Il problema essenziale è: chi deve pagare la riduzione del prezzo del gas?
La risposta ovvia sembra essere di mettere un tetto ai prezzi delle famiglie e delle imprese, esponendo così i rivenditori nazionali, che comprano il gas al prezzo spot negoziato da Eni sul mercato di Amsterdam (Ttf) a delle pesanti perdite che andrebbero poi compensate dalle casse dello stato e quindi, in ultima analisi, dai cittadini, anche se in maniera visibile più a lungo periodo.
Allora un’alternativa parrebbe essere quella di mettere un tetto al prezzo del gas acquistato dalla federazione Russa…ma come? In Europa ci sono 27 paesi con esigenze differenti che si confrontano con Gazprom, colosso monopolista russo del gas. L’Europa, avendo 27 enti differenti di regolazione dei mercati energetici nazionali, non si presenta con la stessa compattezza.
Pertanto, la sola soluzione percorribile potrebbe essere quella di affidare poteri in materia alla commissione europea, affinché si presenti al tavolo dei negoziati con tutto il peso dei 27 paesi. A quel punto, dato che la possibilità della Russia di deviare tutta la quantità di gas da essa prodotto verso altre sponde è, al momento, limitata dalle infrastrutture esistenti, si potrebbe pensare di strappare un prezzo migliore, anche se nel breve periodo.
A questo dovrebbe fare da controcanto, ai livelli nazionali, l’imposizione dell’obbligo alle compagnie energetiche di girare interamente lo sconto di cui beneficiano alla fonte ai consumatori finali. Ciò ridurrebbe immediatamente, di conseguenza, anche il prezzo dell’energia elettrica che, come vedremo nella sezione sull’articolo di Bollino e Bisconti Parisio, è fortemente influenzato dal prezzo del gas.

Commento degli autori: si tratta di un’alternativa discussa seriamente nei palazzi dell’Unione Europea, ma non priva di difficoltà, fra cui la presenza di attori come l’Ungheria che già da tempo perseguono politiche differenti dai diktat russofobi dell’Unione Europea, a sua volta dettati da Washington.
Fa sorridere, proprio in questi giorni, l’isteria con cui il mainstream, fra cui spiccano pseudo-giornalisti come Lilli Gruber, affermi che a far saltare il Nord Stream 1 e il Nord Stream 2 siano stati i russi, ossia proprio le persone che hanno maggiore interesse a mantenere attive le forniture di gas verso l’UE.
Pensare che gli Stati Uniti permettano che un tale tavolo negoziale venga aperto, quando proprio loro hanno così alti interessi a far tagliare definitivamente i ponti tra Russia ed Unione Europea, oltre ad essere divenuti i suoi principali fornitori di gas liquido, pagato a prezzi di record, è quantomeno ingenuo, a nostro modo di vedere.

Bollino e Bisconti Parisio sui price gap sull’energia elettrica

Interessante articolo, utile per comprendere il meccanismo finanziario di formazione del prezzo dell’energia elettrica e per quale motivo questo sia influenzato così tanto dal prezzo del gas. Al di là del grafico e dei tecnicismi, che possono rendere il pezzo un po’ ostico per il lettore a digiuno di economia, il succo del discorso è questo:

in situazioni di mercato normali, il prezzo dell’energia al Megawattora viene determinato dal prezzo più alto fra le offerte fatte dai produttori. Ad esempio, se un impianto fotovoltaico offre energia a 0 €/MWh, un impianto idroelettrico a 20, un impianto a carbone a 40 e uno a gas a 60 €/MwH, in mercati perfettamente efficienti secondo la definizione della teoria economica classica -che non esistono in realtà ma sono ben approssimati da regimi economici ordinari- una retribuzione di un impianto fotovoltaico al prezzo richiesto dall’impianto a gas è considerata giusta per remunerare l’investimento di capitale nell’impianto fotovoltaico.
Tuttavia, nelle condizioni assolutamente anormali che stiamo attraversando, in cui l’offerta dell’energia elettrica proposta dall’impianto a gas tocca i 400 €/MWh, un margine di profitto così elevato per l’elettricità prodotta dalle altre fonti è spropositato, dato che il costo del loro approvvigionamento resta invariato.

La soluzione allo studio, che sembra, nelle parole degli autori, un uovo di Colombo: tetti differenti per i prezzi dell’energia elettrica prodotta da fonti diverse, data l’impennata nel prezzo di quella prodotta dal gas, che sbilancia a netto sfavore dei consumatori finali il PUN su cui viene calcolata la bolletta rispetto alle normali condizioni di mercato. Perciò, il PUN potrebbe essere calcolato come una media pesata, in cui i pesi assegnati ai vari prezzi sarebbero proporzionali alla percentuale di energia elettrica prodotta con la corrispondente fonte energetica.

Commento degli autori: è chiaro che un intervento del genere non risolverebbe completamente il problema, data la preponderanza sul mercato dell’energia elettrica prodotta mediante impianti a gas, ma lo mitigherebbe di molto. A conti fatti, il 37,5% del costo in bolletta verrebbe subito risparmiato dal consumatore finale, a patto di imporre per legge la distribuzione omogenea dei risparmi fra gli utenti. Il tutto a costo zero per lo stato.
A voler pensar male, viene da chiedersi come mai questa soluzione sia, appunto, un uovo di Colombo, ossia un apparente colpo di genio. Forse può sembrare tale per il pubblico non avvezzo ai meccanismi di formazione dei prezzi, ma senz’altro non lo è per chi quotidianamente opera sui mercati dell’energia. Forse Demostenes Floros, di cui passiamo adesso ad analizzare l’intervento, non ha torto quando afferma che il governo uscente è espressione più degli interessi della finanza che del cuore pulsante manifatturiero del paese.

Demostenes Floros: speculazioni finanziarie alla borsa di Amsterdam, geopolitica dell’energia e scenari futuri

La spiegazione di Floros del funzionamento della borsa del gas di Amsterdam (TTF) è limpida: si tratta di un mercato con pochissimi operatori, ossia un oligopolio. Quando i capitali sono pochi, un solo attore può determinare, con le proprie azioni, forti oscillazioni di prezzo. ENI acquista il gas su questo mercato e, dal secondo semestre del 2021, fa registrare profitti record, peraltro rifiutandosi di esibire i contratti al ministro Cingolani, nonostante lo stato sia azionista di ENI al 30%, il che la dice lunga sulla trasparenza del sistema e sul predominio dell’interesse privato su quello pubblico.

Il sistema non ha sempre funzionato così: il mercato spot, dove il gas viene negoziato prima di entrare in circolazione nell condutture che lo portano agli utenti finali, esiste dalla fine degli anni ’90. Prima il suo prezzo era agganciato a quello del petroli, ai cui scostamenti si adeguava con un ritardo di circa sei mesi. Ciò contribuiva alla sua stabilità. Il passaggio ad sistema più “finanziario” è stato imposto alla Russia dall’Occidente a guida a stelle e strisce. Dal 2021, il prezzo del gas al TTF è aumentato di oltre il 400% !!! Il fatto che i contratti con cui ENI acquista il gas non vengano de-secretati fa non poco pensare…

Si parla molto di transizione energetica, nel medio periodo, alle forniture dall’Algeria, nel lungo alle fonti rinnovabili. Vediamo qualche numero a proposito:

  • L’Algeria, tramite la sua società a partecipazione statale Sonatrach, ha già incrementato il suo output di gas da 12 a 21 miliardi di metri cubi all’anno fra il 2020 ed il 2022, con sforzi sovrumani; ha promesso di aggiungerne altri 9 a breve, ma non ha più fornito aggiornamenti sulle garanzie di riuscirsi, prudentemente. Anche qualora così fosse, ossia nella migliore delle ipotesi, avremmo sostituito solo 17 dei 29 miliardi di metri cubi che importavamo dalla federazione russa, ossia nemmeno il 60%. Questo significa che saremo necessariamente costretti al razionamento, nel breve periodo, a meno di un inverno estremamente mite. E comunque sia, una tale situazione comporterà in ogni caso, nel breve e nel medio, un colpo durissimo al settore manifatturiero italiano, buona parte del quale probabilmente non riuscirà a salvarsi.
  • La tanto blasonata transizione ecologica non può avvenire senza che il gas naturale faccia da pivot: il PIL del mondo è di 100 trilioni, mentre il costo della transizione energetica, ossia della costruzione di tutta l’infrastruttura necessaria a livello mondiale, è di 150 trilioni entro il 2050. Chi pagherà, se l’economia non sarà sostenuta nel frattempo da fonti fossili?
    Per non parlare del problema delle tanto attese svolte tecnologiche che dovrebbero risolvere gli attuali problemi dell’intermittenza negli approvvigionamenti di energia rinnovabile: la bassa densità di energia prodotta per unità di superficie di impianto rinnovabile e l’intermittenza della disponibilità (sole e vento).
    Una tale transizione sarebbe possibile nel breve periodo, secondo uno studio inglese di circa due anni fa, solo se tutti fossimo disposti a tagliare immediatamente i nostri consumi del 60% ! Piuttosto improbabile…

Vero è che il sistema economico capitalista, basato sull’accumulazione, non potrà durare per sempre, se continua a dipendere d fonti fossili. Si può parlare anche di questo, naturalmente. Più realisticamente, per adesso, la nostra attenzione dovrebbe essere concentrata sul moderare l’asprezza della situazione geopolitica attuale.

Commento degli autori: abbiamo già denunciato tempo fa la scelleratezza delle decisioni politiche che ci stanno portando a grande velocità oltre il punto di non ritorno, economicamente e politicamente, inimicandoci la Russia, il nostro principale fornitore energetico, per una questione che riguarda essa e l’Ucraina, insieme al governo estremista ed autoritario (non meno di quello russo, forse molto peggio e ci assumiamo la responsabilità delle nostre affermazioni) da cui la stessa è guidata, messo al potere e sovvenzionato militarmente dagli Stati Uniti, come da loro placida e aperta ammissione. Adesso qualcuno si sveglia e comincia a pensare che, forse, aprire un tavolo di negoziati sarebbe almeno auspicabile, solo dopo che la morsa economica delle bollette inizia a farlo svegliare. L’equilibrio e la lucidità di analisti come Floros sarebbero un toccasana dal dibattito pubblico, se solo trovassero spazio maggiore sul mainstream. Che forse però, a quel punto, non sarebbe più mainstream.

Conclusioni

Riteniamo che la panoramica offerta si commenti da sola, così come emergano autonomamente i punti salienti comuni alle varie analisi.
Possiamo aggiungere che fra all’inasprimento dei negoziati con la Russia noi preferiremmo -come detto in passato- un’ammorbidimento, come Italia e come Europa. Questo tanto più alla luce del fatto che, approfondendo la storia dell’Ucraina dal secondo dopoguerra in poi, si evince che gli errori ivi commessi dall’occidente sono profondissimi e che la presenza di un regime assetato di sangue filo-russo come quello che la guida, comprensibile da chiunque si prenda la briga di informarsi adeguatamente, al di là del fumo negli occhi lanciato in mondovisione dal burattino di turno alla sua guida, non gioverà a nessuno se non a chi vuole un’Europa debole e divisa.

Mirko Serino e Francesco Panarese

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